Oltre centomila “invisibili” hanno invaso sabato le strade di Milano per la EuroMayday Parade (altre diecimila erano a Barcellona). Ma questa volta, più che una metafora della precarietà sociale, l’invisibilità riguarda la scandalosa indifferenza bipartisan dei media ufficiali, sia pubblici che privati. Invece un primo maggio così, negli ultimi anni, non si era mai visto. Un enorme serpentone, costellato da più di 40 carri allegorici, sound system e media center ambulanti, ha attraversato la città rendendo visibile in forma festosa e conflittuale l’umanità precaria che dà vita, corpo e intelligenza ai mille lavori dell’economia liberista. Una giornata che fin dal mattino ha proposto diverse azioni comunicative, che hanno segnalato a tutti le tante forme di precarietà. Dalla muratura simbolica di diverse agenzie immobiliari ai blocchi delle grandi catene di distribuzione, fino alle iniziative creative del blocco pink che, oltre ad impedire lo shopping meneghino, hanno proposto, attraverso Puttanopoli, un sorprendente ritratto ironico della precarietà esistenziale legata al mondo della prostituzione.
Un carnevale polifonico impossibile da ridurre alla rappresentazione “politica” delle sigle che hanno promosso la giornata (centri sociali, reti di precari, sindacati di base, mediattivisti), che si è disperso allegramente nella manifestazione mescolando culture, parole e rivendicazioni. La composizione sociale della Parade ha espresso direttamente l’impossibilità di sintesi del discorso e dell’immaginario, ricombinando e connettendo l’estetica beffarda dei pink, la “sanzione dal basso” disobbediente, la potenza corporea della murga (la danza argentina) e la ritmica ossessiva dei ravers.
Dopo il successo della maratona milanese, a San Precario, protettore dei lavoratori ultraflessibili e sfruttati, adesso chiediamo un altro piccolo miracolo: la moltiplicazione dei pani, le Mayday, e dei pesci, la crescita di un lavoro comune di rete.





