Primo maggio

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Chi si scervella da anni per cercare di guardare negli occhi l’idra a cento teste del lavoro neoliberista, dopo il primo maggio avrà le idee ancora più confuse. Perché grande è la confusione sotto il cielo. A Milano, in quella città che adesso neanche la Lega chiama più “la capitale economica del paese”, si ritrovano migliaia di lavoratori precari, figli del miracolo italiano che ha preso il via nel corso della sbornia liberista degli anni novanta. Sono il frutto del pacchetto Treu dell’Ulivo e della legge 30 di Berlusconi, due begli esempi di liberismo nostrano che hanno generalizzato la precarietà in nome degli imperativi del mercato. Nella grande maggioranza, il Mayday è popolato dagli stessi che, in questi anni, hanno girato l’Europa per sfidare i potenti.

Sono andati a prendere appunti in Francia dai lavoratori intermittenti dello spettacolo, hanno ricevuto sms dalla Spagna che si ribellava contro il governo guerrafondaio, hanno imparato a reclamare città a misura d’uomo e non di automobile dai movimenti urbani inglesi. Versatilità, capacità di reagire all’imprevisto, facilità nel tessere relazioni: sono le qualità di cui vanno ghiotti i caporali del lavoro interinale [quelli che chiamano le persone “capitale umano”] ma anche le caratteristiche di chi balla dietro i carri della Mayday parade.

A mille chilometri di distanza, in mezzo al “prato verde” che si voleva “aconflittuale” e “pacificato” di Melfi, si festeggia in contemporanea il quindicesimo giorno di “sciopero per la dignità”. Più di novemila uomini e donne stanno mettendo in discussione l’organizzazione del lavoro di uno degli stabilimenti più moderni del nostro paese, in nome di una migliore qualità della vita. Non si tratta, insomma, di convincere un’azienda in crisi che si è ancora produttivi, ma dell’esatto contrario. Di far capire a un’azienda che è produttiva che lavorare in questo modo mette in crisi la vita delle persone. Il luogo novecentesco per antonomasia [la fabbrica], manda un messaggio che suona attuale come e quanto le provocazioni mediatiche degli adepti di San Precario. Segno che, di questi tempi, qualsiasi “sintesi politica” è messa in discussione dagli eventi che si rincorrono. Anche questa.

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