Giovedì, ore 17

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Noi troviamo che ci siano buonissime ragioni perché giovedì pomeriggio la maggior quantità possibile delle persone che da un anno e mezzo manifestano e fanno molte altre cose per fermare la guerra in Iraq portino le loro bandiere della pace a Castel Sant’Angelo, perché affianchino i familiari dei tre italiani sequestrati in Iraq, che hanno chiesto a tutti di partecipare.

La prima di queste ragioni, la più importante, è che c’è una verità profonda, nell’iniziativa delle famiglie dei sequestrati, che è poi ciò che dà senso all’opposizione alla guerra. Difendere la vita, ogni vita, non è solo – come spesso si dice – un “impegno umanitario”. Intendendo, con ciò, che la politica ha altri scopi e altre priorità. Tutelare la vita è la base di una politica totalmente altra, quella che costruisce un mondo libero da guerre. Non è un sogno, un pio desiderio, ma il solo atteggiamento che può corrodere le radici della guerra e che può fondare una vita sociale, e una relazione tra popoli, che ripudi la guerra, come dice la Costituzione repubblicana. I familiari dei sequestrati, molto semplicemente, questo intendono fare: salvare le vite dei loro cari. E, con loro, lo desiderano le loro comunità, sindaci in testa. E noi, che tante volte abbiamo manifestato per la vita dei palestinesi, dei bambini iracheni uccisi dall’embargo decennale, degli abitanti di Falluja proprio in queste ore bombardata dagli assedianti statunitensi, troviamo naturale fare lo stesso per le persone sequestrate in Iraq.

Il Comitato Fermiamo la guerra, il cui comunicato potete leggere in questo sito, ha lungamente discusso, in questi giorni. E sono molti, tra coloro che lo compongono, ad invitare a manifestare a Roma insieme ai familiari, mentre altri se ne astengono. Ma il dibattito, chiamiamolo così, sul cedere o no al “ricatto” dei terroristi, non ha mai diviso il Comitato, nonostante la varietà delle culture che ne fanno parte: perché, semplicemente, non abbiamo bisogno che i sequestratori degli italiani ci chiedano di manifestare contro la guerra: lo facciamo da anni e continueremo a farlo in piena autonomia, da loro e dai governi. La manifestazione convocata dai familiari non è un “cedimento”, ma, di per sé, l’affermazione del fondamentale sentimento della grande maggioranza dei cittadini: nessuno deve morire, e perché questo accada non ci deve essere alcuna guerra.

Sappiamo quanto diffuso sia, questo sentimento, grazie alle gigantesche manifestazioni del 15 febbraio 2003 e del 20 marzo di quest’anno. E sappiamo anche che, alla fine, l’intera opposizione sta ora chiedendo un dibattito, alla camera, entro maggio, che termini con un voto sul ritiro delle nostre truppe dall’Iraq. I Ds hanno già deciso di votare per il ritiro, ed è assai probabile che anche il resto dell’opposizione, nella sua quasi totalità, faccia lo stesso. E questo, così come la decisione del primo ministro spagnolo Zapatero di ritirare le truppe entro il 27 maggio, è indiscutibilmente una vittoria del movimento per la pace.

Certo, la gente di Falluja, oggi, forse di Najaf, domani, continua a morire sotto i bombardamenti, e i 22 milioni di iracheni continuano a vivere sotto l’occupazione. Ma, a un anno dalla “liberazione” di Baghdad, si può dire che i vincitori cominciano ad assomigliare a degli sconfitti. Portare le bandiere arcobaleno alla manifestazione delle famiglie dei sequestrati serve anche a dire questo.

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