La dignità di Melfi

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Non sembrava di vedere certe scene di Genova 2001, a Melfi, lunedì mattina, quando poliziotti bardati da guerriglia manganellavano operai inermi con le mani alzate? Ognuno la vede dal suo angolo visuale. A noi, il modo in cui il governo sta trattando quei lavoratori ricorda il modo con cui ha invano cercato di regolare i conti con il movimento antiliberista. Non c’è riuscito, con tutta evidenza, e probabilmente non riuscirà a spegnere la protesta di Melfi. A chi cita i 35 giorni della Fiat, nel 1980, quando gli operai della più grande fabbrica italiana condussero una lotta a oltranza e furono sconfitti, dopo la “marcia dei 40 mila” quadri e impiegati Fiat, perché sostanzialmente furono lasciati soli dalla società, bisognerebbe far notare che l’epoca, e il contesto sociale, sono infinitamente differenti.

Prima di tutto, perché quella di Melfi, come racconteremo diffusamente nel prossimo numero di Carta settimanale, è stata il fiore all’occhiello della “nuova” industria italiana, quella flessibile, invadente e “toyotista”, quella del “just in time” e del “time to market”, che avrebbe dovuto rilanciare la “competitività” italiana e, anche, offrire un’occasione al povero, ‘sottosviluppato” sud del nostro paese. Quell’ideologia, e quel tentativo pratico, costato ai contribuenti italiani 9 mila miliardi di lire, è fallito. Perché c’è sempre un “sud” più flessibile di te, e il nostro sud, dopo Scanzano, ha scoperto di non volerlo più, lo “sviluppo”, di desiderare invece una economia a misura della società, dei tempi, della natura e della storia del Mezzogiorno, che sono assai diversi da quelli della Lombardia o della Baviera (e ammesso che in Lombardia siano contenti, di essere ricoeprti di asfalto, capannoni industriali e centri commerciali).

Di conseguenza, la lotta degli operai di Melfi non è solo per più salario e per l’equità di trattamento con i loro compagni delle altre fabbriche Fiat, ma è anche, come dicono loro, “per la dignità”: per tornare ad essere persone, non alla mercè di ogni capriccio o necessità della produzione, come le due settimane di seguito dei turni di notte. In questo, nel rivendicare dignità, quei lavoratori non sono diversi dalla gente di Scanzano che non voleva discariche nucleari o di quella di Rapolla che rifiutava la servitù di un elettrodotto gigante o dalla gente di mille altri posti, specialmente nel sud, che respinge le invasioni barbariche del liberismo.

La lotta degli operai di Melfi non è affare loro. E’ affare di tutti noi. Di quelli che vogliono una economia diversa, di quelli che vogliono la pace contro la militarizzazione del sud, del lavoro e della vita sociale, insomma di tutto il movimento per il quale “un altro mondo è possibile”. Mercoledì vi sarà lo sciopero generale dei metalmeccanici, dopo l’aggressione di Melfi. E sabato è il primo maggio. A Milano marceranno i lavoratori precari di tutti i generi, nella Mayday Parade. Siamo certi che a Melfi, sabato prossimo, ci sarà un mucchio di gente, famiglie e comunità intere, lavoratori e non lavoratori, municipi e associazioni. Sarà una bella festa: il “toyotismo” è morto.

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