Università, bene comune

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Questa mattina diecimila docenti, studenti, ricercatori e soprattutto precari delle università italiane hanno riempito il centro di Roma con un corteo che aveva in testa questo striscione: “Fermiamo la Moratti”. L’assonanza con quel “Fermiamo la guerra” che ormai attraversa il paese e che ha dato luogo, il 20 marzo scorso, al grande corteo di un milione di persone, è evidente. Così come lo è la presenza di stamattina, al corteo, delle bandiere della pace.

E induce a una riflessione, che ieri alla facoltà di ingegneria di Roma, è stata fatta a più voci nel corso di una discussione alla quale hanno preso parte, tra gli altri, i docenti Bruno Amoroso, Remo Ceserani e Domenico Jervolino, Fausto Bertinotti, Mimmo Rizzuti della Cgil, e Aldo Tortorella.

La tesi, in estrema sintesi, così si può riassumere: il disastro terminale delle università e della scuola a cui assistiamo ha ragioni profonde che richiedono interventi radicali.

Non si tratta “solo” di mancanza di fondi, anche se i tagli ci sono stati e attualmente la funzione dei ricercatori è soprattutto quella di procacciare progetti finanziati. Non è “solo” un problema di quel che si insegna, dal momento che le università sono simili a un grande supermercato dove si insegna tutto e il contrario di tutto.

Non è “solo” un problema di chi insegna, dal momento che il grande movimento che ormai da mesi scende in piazza e che continua a espandersi dimostra che anche i docenti mostrano un grande interessamento e una reattività ai destini del sapere. Il problema è, dunque, quello di avere il coraggio di rompere con un passato che, francamente, non merita rimpianti e declinare diversamente il futuro. Come? Ad esempio pensando all’università come un bene comune.

E’ finito il tempo in cui era necessario e utile “difendere” quella scuola pubblica che, nella percezione della politica ma anche della cultura corrente, coincideva con “statale”. Oggi pubblico è ciò che nasce dalla condivisione, dalla cooperazione, dalla gestione dal basso. Nella “società della conoscenza” non può essere diverso che nella vita, nella politica, nei bisogni.

Ecco perché il sapere non può che essere un bene comune, e quindi un diritto inalienabile, proprio come la pace, senza la quale non c’è futuro né passato. Ecco perché il 25 aprile chiunque manifesterà lo farà per quella liberazione che ha a che fare con la propria, personale condizione e che, per questo, diventa di tutti.

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