Come apprezziamo moltissimo la fermezza del segretario della Cgil nel sostenere che il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq è la premessa necessaria per un cambio effettivo di rotta, così ci risulta misteriosa l’insistenza con la quale Guglielmo Epifani fa sapere quanto improprio sia, a suo modo di vedere, trasferire sul 25 aprile, ricorrenza fondamentale per l’identità della repubblica, il “tema” della pace. Dire semplicemente che i due “temi”, la Liberazione e la pace, “non c’entrano” l’uno con l’altro non è evidentemente sufficiente. Il solo argomento, chiamiamolo così, è quello avanzato giorni fa, su la Repubblica, da Miriam Mafai, commentatrice specializzata nella lettura di destra di ogni fenomeno di sinistra. Secondo la quale manifestare con le bandiere per la pace il 25 aprile significherebbe mettere sullo stesso piano la Resistenza partigiana con la resistenza (con la minuscola, non si sa mai) irachena di oggi. Ma è questo, il problema?
Ora, a parte che, sullo stesso giornale, uno come Giorgio Bocca, che di resistenza se ne intende assai, non esita a usare questo termine per quel che da qualche settimana accade in Iraq, dove gente comune ha imbracciato le armi contro gli occupanti (mettere nello stesso mazzo bombe, sequestri e combattimenti di strada è un segnale di disonestà intellettuale, oltre che un impedimento a distinguere e a capire l’Iraq per quel che è); a parte questo, non si tratta di spiegazioni utili a chiarire l’atteggiamento di Epifani.
Oltre tutto, nessuno, mi pare, ha chiesto all’Anpi, l’associazione dei partigiani naturalmente titolare della manifestazione principale, a Milano, di cambiare la “piattaforma”, né di lasciare la “testa” del corteo a pasdaran del pacifismo. Non accadde neppure dieci anni fa, quando il 25 aprile milanese divenne la prima, e più forte manifestazione di ripulsa del primo governo Berlusconi, fresco vincitore delle elezioni, e quando la Cgil partecipò in massa. Lo striscione del manifesto, che quella straordinaria manifestazione di popolo aveva suscitato, era in coda, nessuno di noi fu invitato a parlare dal palco, e nessuno se ne risentì. L’importante era dare un segnale all’orribile Berlusconi, ai suoi alleati fascisti e soprattutto a noi stessi.
D’altra parte, non solo quella di Milano non sarà una “manifestazione nazionale”, e cortei si stano organizzando a Roma, Firenze, Bologna e altrove, ma, com’è ormai costume, la maggior parte della gente si presenterà con le sue bandiere della pace, simbolo universale del movimento contro la guerra. Tanto universale che a Madrid, l’altra sera, per festeggiare la decisione di Zapatero di ritirare le truppe, si sono sventolate le bandiere arcobaleno.
E allora? Dov’è il punto? Ci siamo così incuriositi, che siamo andati a chiedere – e pubblichiamo tutto in un inserto speciale di 16 pagine nel nuovo numero del settimanale – che cosa significano, oggi, le parole “Resistenza” e “Liberazione” a molte persone interessanti, come Marco Paolini e Paul Ginsborg; Pino Cacucci e Marco Revelli, Franco Berardi (Bifo) e Brunetto Salvarani, ai Modena City Ramblers. Leggerete le loro considerazioni, e anche il testo inedito di Nuto Revelli, recentemente scomparso, su come la guerra lo condusse, giovane ufficiale degli alpini, a rifiutare la guerra. Considerazioni molto varie, perché si tratta di persone diverse. Ma nessuno di loro sostiene che il 25 aprile e il movimento per la pace sono cose diverse. Al contrario, a noi pare, una guerra di Liberazione che ha prodotto una Costituzione nella quale si “ripudia la guerra” sono l’uno il padre dell’altra.
Pino Cacucci, che non aveva fatto in tempo ad inserirla nella sua risposta alla nostra domanda, ci ha poi mandato questa frase: “Un partigiano toscano ha detto: ‘Quando noi partigiani s’andò a combattere, non s’andò mica perché ci piaceva la guerra, s’andò perché la finisse prima". E, con ciò, il discorso è finito.





