Viva Zapat(ero)

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Il primo atto ufficiale di José Luis Rodríguez Zapatero, appena insediato come presidente del governo spagnolo, mostra che la politica, qualche volta, sa essere coerente con le promesse che formula in campagna elettorale. Sembra banale, dirlo, ma nel paese in cui tutti credono di essere Machiavelli, com’è il nostro, è una lezione incredibilmente efficace. Si annuncia di voler fare qualcosa, e appena si è in grado, la si fa. Caspita.

Non ne sappiamo abbastanza, del nuovo governo, della nuova maggioranza e della società dello Stato spagnolo, per dire se questa rottura di continuità con il governo di Aznar, così diretta e immediata, sia la premessa per altre rotture. I segnali che si vedono ora consistono nel fatto che metà dei sedici ministri sono donne, che esiste un nuovo ministero per la “vivienda”, la casa, che Zapatero promette di abolire le spese pazze di auto-glorificazione cui Aznar si era abbandonato, annuncia un governo “austero” e “sobrio”, una modifica radicale della “ley de extranjeria” (la Bossi-Fini spagnola) e della legge sulla flessibilità del lavoro, un nuovo “dialogo” con baschi, catalani e altre autonomie, e così via. Pensiamo che sarà molto interessante seguirne l’evoluzione, perché quello spagnolo potrebbe diventare il primo governo socialista europeo “post-liberista”.

Ma fin da ora si può dire che Zapatero ha introdotto una novità radicale nei sistemi di relazione (alleanza, complicità, competizione) euro-occidentali. E’ grottesco che gli si rimproveri di aver “indebolito l’Europa”, dopo che il suo predecessore Aznar, con Blair e Berlusconi (oltre che con alcuni dei paesi dell’est Europa nuovi arrivati nell’Unione), avevano unilateralmente deciso, un anno fa, di essere i “volonterosi” complici degli Usa nell’invasione dell’Iraq. Al contrario, la decisione di Zapatero, rompendo questo meccanismo di complicità, può rimettere su una base ragionevole il problema del “che fare” nel paese ancora occupato. Se, come pare, la decisione spagnola sta spingendo a ripensamenti altri governi, come quelli portoghese e canadese, e se le prossime elezioni in Australia favoriranno un cambio di governo, con i laburisti schierati per il ritiro, questo renderà impossibile a Bush di trasformare l’Iraq in una colonia da sfruttare economicamente, nominando un governo con le insegne dell’Onu, secondo il modello afghano. E all’orizzonte ci sono le elezioni statunitensi.

Insomma, l’urto del movimento globale per la pace sta ottenendo i suoi effetti, con una rapidità e una efficacia superiori ad ogni speranza. Quel che possiamo fare noi, società civile, è, oltre che votare solo per chi dia la garanzia di comportarsi come Zapatero, oltre che sostenere e diffondere l’informazione su quale sia in effetti il problema attorno all’Iraq, è organizzare attivamente il dialogo e il sostegno alla società civile irachena. I nostri compagni che lavorano all’aiuto alla popolazione, al ripristino di condizioni decenti di vita, vanno aiutati, e subito. Perché se è vero che il ritiro delle truppe occupanti è la pre-condizione per pacificare l’Iraq, il passo successivo è dimostrare che, contrariamente a quel che rinfacciano ai pacifisti i guerrieri della destra (e anche alcuni del centrosinistra), nessuno vuole “abbandonare” l’Iraq (o la Palestina o l’Africa), ma al contrario ricostruire quel che dittature sostenute dall’occidente e guerre hanno distrutto. In altre parole, la nuova politica internazionale la facciamo noi, reti sociali attive, non solo fermando la guerra, ma dimostrando a noi stessi e agli iracheni che un altro genere di relazione, tra società, è possibile.

Infine, Rutelli e Fassino ora non hanno più alibi. Hanno indicato in Zapatero il loro modello di comportamento, e devono essere coerenti. Chi andrà a deporre la sua scheda nell’urna, a giugno, se ne ricorderà.

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