Potrà sembrare strano che, mentre in Iraq succede quel che succede, Carta se ne esca con un numero monografico sull’agricoltura e il cibo. I ritmi dell’”attualità” sono tali che chi non corre resta indietro, o per lo meno sembra un po’ strano. Potremmo cavarcela dicendo che sono gli imprevisti di fare un settimanale, che è inevitabilmente spiazzato dalla quotidianità (a meno che non sia così ricco da poter buttare via le copie già stampate, ri-stampare e ri-distribuire in un giorno, come l’Espresso o Panorama spesso fanno). Potremmo anche aggiungere che la nostra “Carta quotidiana”, ossia questo sito, funziona a pieno regime, ed è perfino più tempestiva dei giornali quotidiani, nell’offrire almeno un certo genere di informazioni. Potremmo dire tutto questo, ma mentiremmo.
Invece, pensiamo di aver fatto proprio bene, a pubblicare un reportage sulla coltivazione intensiva dei gamberetti in Bangla Desh o dei campi popolati di migranti della Valle del Sele, dalle parti di Salerno, o il Manifesto sulla “resistenza dei sapori” di Luigi Veronelli, o l’articolo di Vandana Shiva o quello di Riccardo Petrella o l’intervista al segretario del più grande sindacato italiano dei lavoratori del cibo, Franco Chiriaco della Flai Cgil, che dice: anche i nuovi movimenti tendono a ignorare il problema capitale della terra.
Forse è difficile da vedere, nella nebbia e nella frenesia del sistema della comunicazione, ma la guerra non consiste solo in uomini in divisa che sparano sul “nemico” (anche quando si tratta di civili che protestano). La guerra è un modo di governare il mondo, e consiste in una infinita serie di ostacoli a un vivere civile sereno, dialogante, in armonia con la natura. Il neoliberismo si è corazzato, e, se invade l’Iraq per ragioni “strategiche” (tra le quali il petrolio), incentiva le guerre africane (per le stesse ragioni), e letteralmente muove guerra a noi tutti privatizzando l’acqua, la biodiversità, e impedendo coltivazioni e consumo a misura delle comunità.
Dopo una angosciata visione del telegiornale della sera e delle sue (censurate) immagini di guerra, è ovvio che ciascuno di noi pensi anche di regalare a suo figlio o al suo nipotino un uovo di Pasqua. Vuol dire rubare un momento di pace, si spera. Ma quell’uovo è fatto di un cioccolato fasullo, secondo la normativa europea, che ha fatto crollare i prezzi del cacao, provocando povertà e guerra in Africa e in America latina. E potete star certi che il regalo che ci troverete dentro è stato assemblato, respirando i vapori delle colle, da quei bambini-lavoratori che trovarono il loro, di momento di pace, quando entrarono in corteo, felici, nella grande area che ospitava a Mumbai, in India, il Forum sociale mondiale.
E’ solo un esempio. Ecco un altro: risulta che l’Associazione nazionale dei comuni d’Italia (Anci), il cui presidente è Leonardo Domenici, sindaco ulivista di Firenze e promotore di manifestazioni bi-partisan contro il terrorismo, ha accettato come sponsor di una iniziativa nelle scuole la Coca Cola. Vogliamo parlare di quel che fa la Coca Cola ai sindacalisti delle sue fabbriche in Colombia? Dareste a vostro figlio, o al vostro nipotino, insieme all’uovo di Pasqua, una bella bottiglia di quel liquido nerastro e frizzante?
Ma, siccome noi pensiamo, allo stesso tempo, che la guerra la si combatte con la pace, cioè facendo sì, materialmente, che i rapporti tra noi e tra noi e la natura, siano pacifici, allora abbiamo, in quel numero speciale, cercato di infilare suggerimenti, racconti e perfino ricette. Tema: come, essendo pacifici, si vive meglio. E si mangia anche meglio. E’ proprio quel che i governanti non capiranno mai: che la pace, in Iraq e altrove, la si ottiene fornendo acqua potabile, medicine, cibo sano, ricostruzione delle città bombardate, creando il bisogno collettivo di stare meglio, piuttosto che bombardando le moschee e assediando le città come Falluja, che sta diventando, avvertono i nostri compagni di Un Ponte per… dall’Iraq, una nuova Jenin, la città palestinese assediata e massacrata.
Perciò non abbiamo sensi di colpa, ad aver scelto di parlarvi di cibo.





