L’impressione è che, attorno alla guerra in Iraq, abbia montato le tende il Circo Barnum, con il suo corollario di bestie feroci e domatori, trapezisti spericolati, uomini-cannone e, naturalmente, plotoni di clown per divertire il pubblico pagante. Per esempio, il Corriere della Sera di lunedì intitola la prima pagina: “Strage di americani, assedio ai carabinieri”, quando tutti sanno che le truppe della “coalizione”, tutte, statunitensi, spagnoli, inglesi e italiani, domenica hanno aperto il fuoco sulle manifestazioni degli sciiti, o comunque ingaggiato con i loro miliziani dei combattimenti, uccidendo molte decine di persone. Però a morire, per i lettori del Grande Quotidiano, sono solo gli americani. Cos’è, razzismo?
Il giorno prima, il Corriere della Sera, cui offriamo volentieri il premio che va al peggiore della classe, aveva invece pubblicato due pagine di anticipazione dal nuovo libro di Oriana Fallaci, in cui Oriana Fallaci descrive il rogo di Oriana Fallaci, organizzato in piazza Santa Croce, a Firenze, da “missionari comboniani” e “no global”. Non varrebbe la pena occuparsi di questo sicuro best seller (l’indifferenza è l’arma totale, in questi casi), non fosse che il giorno dopo, sul Corriere della Sera (indovina un po’), Angelo Panebianco spiega, con tono dottorale, quando orribile sia una società multi-culturale, e quanto sia invece preferibile l’”integrazione”, cioè la trasformazione di islamici e altri mostri in europei liberali e/o cristiani. Magari con la forza.
Il ministro degli interni Pisanu, infatti, è già impegnato ad applicare la ricetta: prima scatena una mega-retata “preventiva” (non l’abbiamo già sentito, questo aggettivo?), in cui vengono fermati musulmani a caso, poi rilasciati o espulsi dal paese; in seguito, essendo un vero cristiano, Pisanu spiega che la retata serviva a integrare quella gente. Intanto, dall’altra parte dell’oceano, si aspetta che la signora Rice, la faccia feroce dell’amministrazione Bush, vada a testimoniare davanti al Congresso su come e perché l’11 settembre non fu evitato. A chiarirlo, magari, servono le rivelazioni di quel diplomatico inglese che ha ascoltato con le sue orecchie George Bush dire a Tony Blair, nove (9) giorni dopo l’11 settembre, che bisognava invadere l’Iraq, a prescindere. Infatti, il segretario di stato Colin Powell, che all’Onu mostrò in mondovisione fotografie e fialette per dimostrare che Saddam possedeva armi di distruzione di massa, ora dice che le prove “non erano solide”.
Nel loro piccolo, e per tornare in casa nostra, un numero circense lo fanno anche i diessini-ulivisti di Aviano, i quali, evidentemente ignari del fatto che i loro vertici sono ufficialmente “contro la guerra”, votano in consiglio comunale per cedere altro territorio comunale all’aviazione degli Stati uniti, di modo che la gigantesca base militare da cui partono aerei e rifornimenti per guerre assortite nei Balcani e in Medio oriente, diventi ancora più gigantesca.
Il Circo Barnum ha messo su uno spettacolo globale, vario e scintillante, complimenti. Però non c’è da divertirsi, perché nel frattempo accade quel che molte decine di milioni di persone, in tutto il mondo, avevano facilmente previsto. Se si invade un paese, lo si occupa militarmente, si mette su un governo fasullo, e un anno dopo l’ospedale pediatrico di Baghdad non dispone nemmeno di disinfettante e la città non ha acqua potabile, il meno che ci si possa aspettare è che la gente non ami gran che gli occupanti, che gruppi religiosi o etnici organizzino la loro opposizione, che poi diventa armata, in un contesto in cui chiunque ha grande facilità a pescare nelle acque torbide create dall’abuso e dalla violenza. Paul Bremer, proconsole statunitense, è grottesco, quando dice che quel tale capo sciita si è messo “fuori della legge”. Quale legge? (Per non parlare di Berlusconi & Fini, quando dicono che i nostri soldati sono dei “pacificatori”).
Qui il punto non è che bisogna “sostenere la resistenza irachena”, come qualcuno che soffre di coazione a ripetere insiste a dire. Certo, c’è il diritto a resistere. Ma esiste a maggior ragione il diritto a vivere. E in un paese attraversato da tali contraddizioni (tra sciiti e sunniti, tra kurdi e arabi, tra seguaci di Saddam e oppositori da sempre del vecchio regime, tra iracheni che vogliono la pace e al-qaedisti che vogliono il terrore, tra tutti costoro e gli eserciti occupanti…) incitare alle armi è semplicemente folle. Nessuno sa bene come fare, perché il disastro è compiuto, ma quel che occorrerebbe, ai popoli dell’Iraq, è il ripristino di condizioni di vita accettabili, ogni possibile dialogo interno ed esterno, il ritiro delle truppe di occupazione, un impegno attivo internazionale per favorire quel dialogo, il taglio delle unghie di Sharon come premessa per una soluzione decente al conflitto israelo-palestinese. Chi dice ci vorrebbero i caschi blu dell’Onu e chi propone qualche altro modo. L’altra possibilità, oltre la guerra, e la guerra civile, è molto difficile da trovare, ma quel che è certo è che gli artisti del Circo Barnum stanno sparando sul loro pubblico, senza fare molte distinzioni tra arabi o europei, musulmani o cristiani.





