Con due sgambetti, Aznar ha cercato di mettere in difficoltà il nascente nuovo governo dello stato spagnolo. Due sgambetti d’acredine. Il primo è la lettera che l’ex primo ministro ha scritto a Zapatero, per chiedere cosa fare per la prevista rotazione del contingente spagnolo in Iraq, rotazione che avviene proprio in questi giorni. Con le truppe di rimpiazzo già pronte, Aznar ha chiesto al suo successore se condivideva l’ordine di partenza. Zapatero ha schivato il colpo, e ha risposto che il governo uscente, responsabile della presenza di soldati spagnoli in Iraq, doveva anche assumersi la responsabilità dell’invio dei rimpiazzi, pena l’aumento dei rischi per il contingente già al termine del proprio turno di servizio, in condizioni molto difficili.
Il secondo sgambetto, venerdì mattina, è stato l’arresto di Arnaldo Otegi, leader del partito basco Batasuna, messo fuorilegge qualche mese fa. Otegi, subito dopo gli attentati dell’11 marzo, aveva dichiarato alla stampa che l’Eta non c’entrava. L’arresto suona come una piccola vendetta dell’ex primo ministro. Che evidentemente non ha ingoiato la sconfitta con la signorile classe che gli viene attribuita.
Questo secondo sgambetto è il più insidioso. Il bando contro Batasuna, considerato il braccio politico dell’Eta, è stato uno dei provvedimenti più duri della politica antibasca dell’era Aznar. Con un tempismo davvero sospetto, l’arresto di un importante interlocutore politico del nuovo governo rende più difficile avviare quel dialogo che le organizzazioni sociali basche considerano indispensabile per cercare una soluzione al conflitto.
Aznar non si sta togliendo dei sassolini, ma sta cercando di piazzare ad arte dei macigni politici. I macigni sociali sono in posizione da diversi anni, frutto delle politiche neoliberiste che la stampa italiana (quella vicina all’amigo Berlusconi) ha presentato come le cause del “miracolo” spagnolo. Se ne parla sul numero di Carta in edicola da giovedì, che cerca di proporre alcune chiavi per capire dove potrebbe andare, e dove probabilmente non andrà, la Spagna di Zapatero.
Il leader socialista, intanto, ha presentato il nuovo governo. Campeggia la figura di Pedro Solbes, ex commissario europeo, difensore della parità di bilancio e figura di “garanzia” per il mondo finanziario. Ma è evidente soprattutto un fatto: metà dei ministri sono donne. È un buon inizio.
Per l’Iraq, invece, le cose sono più complicate. Powell ha annunciato oggi che una nuova risoluzione dell’Onu potrebbe essere pronta per il primo luglio, data fatidica del passaggio di poteri al governo provvisorio iracheno. Bisogna aspettare il testo di questa nuova risoluzione, per capire se è un cambiamento di sostanza (improbabile) o solo un’operazione di maquillage diplomatico, capace però di far cantare più forte le sirene della realpolitik a cui il Partito socialista spagnolo è stato molto sensibile in passato (vedi l’ingresso nella Nato nel 1986). E vista la velocità con cui Zapatero è stato eletto a nuovo punto di riferimento del centrosinistra italiano, provare a capire donde va España è anche utile diradare qualche nebbiolina che si fa formando in questa primavera elettorale.





