Un cimitero di croci di guerra, un giovane prete che bacia sulla bocca una suora, il cordone ombelicale insanguinato di un bimbo appena venuto alla luce. Era il 1991, le foto di Oliviero Toscani catturavano lo sguardo dei passanti e Michael Schumacher aveva già scelto gli United Colors per dipingere il suo bolide. E’ stato in quell’anno che Edizione Holding, la finanziaria del Gruppo Benetton, ha acquisito con 50 milioni di dollari il controllo della Compañia de Tierras Sud Argentino, la più grande proprietaria terriera del Paese, con 900.000 ettari, 884.000 dei quali in Patagonia.
Quindici anni fa, per quel che ricordiamo, nessuno si accorse dell’avventura imprenditoriale trevigiana nelle terre alla fine del mondo. Sulle prime pagine dei giornali, illustri commentatori e sociologi discutevano le immagini “forti” di Toscani, mentre fogli e foglietti della sinistra aspiravano a inserirle perfino gratuitamente nelle loro pagine: la “rivoluzione” pubblicitaria del maglificio illuminato di Ponzano Veneto è tuttora molto apprezzata tra molti di coloro che dicono di detestare il capitalismo e i padroni.
Ma adesso quella sinistra, così come l’abbiamo conosciuta, non esiste più. Il maglificio dei fratelli Benetton fa affari in 120 paesi del mondo, ha comprato autostrade, autogrill, banche e molte altre cose. E, soprattutto, la resistenza globale al liberismo in caduta libera si racconta al di là degli oceani in pochi secondi. E’ a causa di queste sostanziali differenze che questa settimana Carta ha raccontato tre storie della Patagonia. Quella che riguarda più da vicino gli United Colors è la storia di Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir, i due indigeni mapuche che il 14 aprile compariranno davanti al tribunale di Esquel, accusati dalla Compañia de Tierras di “usurpazione di terreni”.
La Compañia è quella che Federico Sartor, direttore della comunicazione Benetton, definisce “terza e indipendente da Benetton Group Spa” perché ha sede a Buenos Aires, salvo poi riservarsi “azioni a tutela della nostra immagine”. La terra è quella del Predio Santa Rosa, dove i Curiñanco sono tornati per “ricominciare” da dove erano venuti, dopo aver diligentemente chiesto il parere dell’Istituto autarchico di colonizzazione e del commissariato di Esquel, la cittadina che ha rifiutato lo “sviluppo” rappresentato da una miniera che voleva riversare 21.600 tonnellate di cianuro sulle sue montagne (è la seconda storia che raccontiamo su Carta).
“Se si parla di proprietà, né Benetton né chi scrive hanno i titoli in regola. Ma senza dubbio io, essendo mapuche, ho il diritto di continuare a essere parte di questo luogo. Benetton invece no”. Sono parole di Atilio Curiñanco, le trovate su http://benetton.linefeed.org insieme alle foto, ai documenti che mostrano la verità sui titoli di proprietà del Predio Santa Rosa, e alla straordinaria inchiesta di Sebastian Hacer, che seguirà il processo ai mapuche anche per Carta. Il sito, in buona parte tradotto in italiano, è in rete da ieri, ma Sebastian aveva già raccontato la vicenda su Indymedia, poi uno dei suoi pezzi era stato ripreso da Wall Street Italia e a Treviso erano saltati dalle sedie. E’ arrivata così, la goffa risposta di Sartor: “Benetton non ha mai fatto nulla contro i mapuche. C’è un conflitto storico con il quale Benetton non ha nulla a che vedere”.
“I ‘gringos’ hanno preso tutto, hanno persino deviato il corso dei fiumi”, accusa Doña Candelaria, novant’anni. Insieme ad altre sette poverissime famiglie mapuche, resiste allo sgombero della piccola Scuola 90, dove studiano e mangiano diciotto bambini, e delle case di legno costruite intorno alla stazione di Leleque. In una di quelle case, Candelaria ha partorito Atilio Curiñanco, e a poche miglia da lì Benetton ha fondato il Museo che dovrebbe raccontare e conservare la memoria della Patagonia e degli abitanti che per secoli sono riusciti a difenderla, persino dai conquistadores spagnoli: i mapuche, il popolo della terra.
Molto più a sud, oltre lo stretto cui cinque secoli fa Hernando de Magallanes volle dare il suo nome, vivevano altre popolazioni indigene, i Kaweshar, gli Yaganes e gli Ona o Selk’nam. Sono stati sterminati con la stricnina, l’alcool e il contagio di malattie infettive importate con la “civilizzazione”. Ma la maggior parte di loro è stata cacciata con i fucili Remington, mutilata e uccisa dai coloni, i proprietari europei delle immense estancias della Terra del Fuoco. Racconta la storia dell’incontro di uno di loro, Julius Popper, con una giovane sciamana Selk’nam dai lunghi capelli bianchi, Drimys Winteri, “Patagonia magica”, il romanzo di Patricio Manns, grande scrittore cileno nato in Patagonia ed esiliato in Francia negli anni di Pinochet. Il libro è in edicola con Carta (costa 6,40 euro più il prezzo del settimanale, ma dovete chiederlo all’edicolante) per tutto il mese di aprile.
Quella di Julius Popper e Drimys Winteri è la storia vera, e insieme fantastica, dell’incontro intenso e impossibile tra due mondi in violento conflitto. Il mondo di un colto ingegnere rumeno, che nelle desolate tundre patagoniche cerca l’oro, traccia mappe, battezza i fiumi e caccia gli indigeni come fossero selvaggina. E quello della donna che ha catturato, una sciamana che può apparire e rendersi invisibile ma è prigioniera del “destino” di un popolo condannato a “desparecer” (siamo in Argentina) dall’avanzata inesorabile del “progresso”.
Scomparire. Il mondo sarebbe più povero senza il 10 per cento (quello che ricavano dalla Patagonia) della lana che serve ai Benetton per confezionare 100 milioni di capi d’abbigliamento l’anno, oppure senza la lingua della famiglia Curiñanco? La domanda è tendenziosa e mal posta, è vero. La cultura dei mapuche si potrebbe incidere, fotografare e collocare in un bel museo. Ma oggi sarebbe piuttosto difficile: Toscani ha cambiato “colors” e il mondo intero può facilmente scrivere a Rosa, Candelaria ed Atilio Curiñanco (atiliomapu@latinmail.com) per dir loro che non sono soli di fronte al Recinto della Compañia che vuole mangiare la loro terra.





