I commentatori di Libération e Le Monde sono concordi: l’"ondata rosa" che ha sommerso Chirac e il suo primo ministro Raffarin non è principalmente un voto a favore dei socialisti (e dei comunisti e dei verdi), ma contro la precarizzazione generalizzata del lavoro e della protezione sociale con cui il governo aveva creduto di poter riaggiustare i conti, dopo aver clamorosamente mancato l’obiettivo del rapporto tra deficit e Pil imposto dal Trattato di Maastricht, e soprattutto credeva di “modernizzare” il paese. La Francia ha uno stato diffuso ed efficiente, la protezione sociale è ragguardevole, la percezione di sé e dell’"esprit républicaine" che hanno i suoi cittadini solida, la capacità di reazione autonoma dell’intellettualità molto alta (come dimostrano le proteste degli “intermittenti” dello spettacolo e di quelli della ricerca).
Così, per la prima volta nella storia recente, i francesi sono andati a votare più numerosi nei ballottaggi, nelle 22 regioni, che non al primo turno. E questa è la a notizia forse più importante: dopo anni di calo della partecipazione elettorale, in questo caso c’è stato un aumento, che si è addirittura rafforzato al secondo turno. Qualcosa di simile era accaduto in Spagna, il 14 marzo, quando l’affluenza alle urne aumentò di un buon 7 per cento. Ma, come ha scritto Serge Juli su Libération, mentre “ci si sarebbe potuto aspettare un voto di protesta, che premiasse le estreme”, di sinistra, come la lista fatta insieme da Ligue communiste revoltionnaire (i trotskisti) e Lutte Ouvrière, e di destra, come il Front national, è avvenuto l’opposto: i voti si sono concentrati dove sarebbero stati più utili per dare uno schiaffo al governo e a Chirac (rieletto contro Le Pen, non dimentichiamolo, un paio di anni fa, con più dell’80 per cento), ossia sui candidati di Ps, Pcf e Verdi, a loro volta premiati soprattutto perché sono rimasti uniti.
Di nuovo, qualcosa di molto simile è accaduto in Spagna, dove il voto al Psoe ha assorbito quasi metà dei voti di Izquierda unida. Con la differenza che nello stato spagnolo molto forti sono gli autonomismi, come quelli catalano e basco: ma, anche qui, in Catalogna hanno stravinto i nazionalisti “civici”, di sinistra, ispirati dal movimento per un’altra globalizzazione (come dice in una interessante intervista, nel numero di Carta che uscirà questa settimana, il segretario di Esquerra republicana) e non i vecchi democristiani di Convergencia y unió.
La Francia è un paese in cui il dibattito sulla globalizzazione, anzi contro il neoliberismo, è ormai diffusissimo (grazie anche alla spinta del Forum sociale europeo di Parigi, lo scorso novembre), e misure come quelle di Raffarin hanno provocato una reazione, anche elettorale, di vaste proporzioni. Così che, all’indomani della sua vittoria nel feudo di Raffarin, la socialista Segolène Royal, già chiamata in campagna elettorale “la Zapatera”, ha dichiarato: “Inizia l’epoca della democrazia partecipativa”. La Spagna, viceversa, è un paese in cui le menzogne, l’autoritarismo e la chiusura nei confronti delle autonomie, e l’adesione entusiasta alla guerra in Iraq, hanno spinto l’elettorato a punire duramente Aznar e il suo governo (Carta settimanale in uscita giovedì ha una copertina "spagnola"). Paesi differenti, nei quali però i cittadini hanno scelto nello stesso modo: dare un segnale ai governanti, e dare un segnale anche alle opposizioni, abbandonando nel contempo l’idea che fosse necessario sostenere i ridotti da cui l’estrema sinistra testimonia la sua resistenza. Non si tratta più di resistere, è il messaggio, ma di ottenere politiche anti o post liberiste: questo è il mandato che i socialisti, variamente associati con altre sinistre, ricevono.
Adesso tocca al terzo grande paese “latino”: il nostro. Il 13 giugno non solo si voterà per il parlamento europeo, ma si rinnoveranno sindaci e consigli comunali e provinciali in migliaia di città. Ci si può aspettare un comportamento simile a quelli spagnolo e francese, considerato anche il logoramento dell’avanspettacolo berlusconiano. Si voterà per chi sa stare insieme e per chi dà mostra di avere orecchie per intendere (come i socialisti francesi, che hanno impostato la campagna elettorale appunto sui problemi sociali, e non come chi, ad esempio il sindaco di Firenze, tratta con arroganza le proposte della società civile e si attarda in una “modernizzazione” fatta di privatizzazioni e grandi opere). La stessa lettera con cui Prodi cerca di interpretare la grande ondata pacifista italiana (discutibile nei giudizi sulle guerre precedenti, sì, ma evidentemente attenta alla marea arcobaleno del 20 marzo) è una prima fessura nel liberismo “temperato” su cui il centrosinistra italiano si era attestato ai tempi di Clinton e che tuttora ne domina le scelte. Sapranno decodificare il messaggio che viene dalla Spagna e dalla Francia?





