Il laboratorio Firenze

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Ma perché diavolo i “professori” di Firenze, quelli del Laboratorio per la democrazia, hanno deciso di infilarsi in quel ginepraio che sono le elezioni amministrative, le liste dei candidati, la campagna elettorale? Di che si tratta? Ostinazione, protagonismo, tentativo di danneggiare l’Ulivo e il sindaco, Leonardo Domenici? Non rischiano di frantumare quel che a Firenze, in particolare dal Forum europeo in poi, si era creato, un bel Forum sociale cittadino, il Forum per Firenze, che aveva prodotto un’idea nuova di città lunga 120 pagine, il rapporto attivo con cattolici come don Alessandro Santoro, e così via?

Queste domande, dopo l’annuncio che il gruppo raccolto attorno a Paul Ginsborg, Giancarlo Paba, Alberto Magnaghi, Ornella De Zordo e molti altri ha deciso di rompere gli indugi e di creare una lista separata da quelle che sosterranno il sindaco uscente dei Ds, si possono maneggiare da due lati opposti. Il primo dei quali, peloso come una pelliccia di visone, è quello dell’”unità” del centrosinistra di fronte ai barbari berlusconiani (rappresentati in questo caso dal candidato sindaco Franco Cardini, medievalista un po’ medievale). E’ il lato scelto, per l’occasione, dall’Unità di venerdì.

Ma il problema che non solo Ginsborg, bensì associazioni, reti e partiti (come Rifondazione) hanno posto a Domenici, in una assemblea affollatissima e, alla fine, delusissima, è: unità per fare cosa? Per continuare con il dirigismo senza altra regola che il governare per governare, e al resto provvede il mercato? Con le privatizzazioni, come quella della gestione dell’acquedotto? Con il “progresso” fatto di Alta velocità, e di cemento condito di cemento? Queste domande non hanno avuto risposta, e l’”unità” è diventata una specie di prendere-o-lasciare. Così che tutto quel che si è discusso e fatto, in ampi settori della società e dell’intellettualità fiorentine, sarebbe andato disperso, in quella discarica abusiva in cui, in questo modo, si trasforma la politica. E infatti, come anche l’Unità dimostra, i vincoli di “appartenenza” si sono subito stretti su associazioni e pezzi di partiti che, finché non si parla di voti, sono schierati sull’innovazione democratica.

Ma c’è l’altro lato della questione. Ed è un problema complicato assai, tanto che i “professori” e i loro amici molto ne hanno discusso. Se la società civile organizzata – diremo con parole nostre – si trova davanti a un muro, nel momento in cui si compiono le scelte elettorali locali, cosa bisogna fare? Accettare di essere ridotti a suggeritori inascoltati e protestatari inefficaci? Forse è meglio, si sono alla fine detti, approfittare della legge elettorale comunale, che permette al secondo turno, in ogni caso, di contribuire alla sconfitta della destra, per proporre, al primo turno, una lista (non solitaria: Rifondazione è molto interessata), e un candidato sindaco che rappresentino appunto quella proposta di democrazia partecipata ed economia non distruttiva, cioè non liberista. Insomma, quel che il movimento altermondialista va coltivando da qualche anno.

A Venezia, qualche anno fa, Gianfranco Bettin, con il sostegno di Verdi e Rifondazione, centri sociali e associazioni, fu un tale candidato. Ora è pro-sindaco, e il suo 16 per cento al primo turno è stato un ottimo investimento, per chi l’ha votato. Magari andrà così anche a Firenze. Città che, dopo il Forum sociale europeo, ridiventa di colpo capitale simbolica di molte aspirazioni e idee, dato che vicende simili stanno accadendo un po’ dappertutto, coi movimenti a comunicare quel che la politica fa una gran fatica ad ascoltare.

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