Buon viaggio

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Buon viaggio a chi è salito su un treno, un pullman o una bicicletta per andare a Roma. In realtà, non sta andando a Roma, soltanto, ma anche a Baghdad, a Madrid, a New York, a Sydney, a Daka, a Mumbai, a Sao Paulo e in centinaia, forse migliaia di altre città. Questa non è una “manifestazione nazionale”, com’è nella tradizione, ma una manifestazione globale. L’altro giocatore, quello che rifiuta gli scacchi del potere, sta per fare la sua nuova mossa, su un’altra scacchiera, dove non ci si combatte, non ci si uccide, quale che sia la ragione per cui si decide di uscire dai binari della vita quotidiana e di partecipare a un corteo, metter su una cooperativa o un centro sociale o un gruppo di acquisto solidale o un comitato in difesa dell’acqua o contro un sito di scorie nucleari o una base militare o una qualunque delle offese che le nostre comunità e le nostre terre devono sopportare. Quelli sui pullman, sui treni, sulle bici sono umani, non mostri che sparano e mettono bombe, o che comandano coloro che sparano e mettono bombe.

Buon viaggio ai nostri compagni spagnoli. Siamo ammirati, in questi giorni. Hanno subito un lutto terribile, quei duecento e uno che sono stati massacrati sui treni pendolari, che erano studenti e lavoratori, migranti e pensionati. Eppure, hanno dato a tutta la gente del mondo che si sente come quegli studenti, lavoratori, migranti e pensionati una prova che resterà nella memoria: di come l’orgoglio di essere comunità, di essere cittadini, di essere diversi e, perciò, uniti, può frantumare la crosta della politica dei governi. L’equilibrio europeo e quello mondiale è cambiato, grazie a loro. Adesso dovranno vigilare sui nuovi governanti, e sarà faticoso far sì che non tradiscano le loro promesse, che Zapatero non resti impigliato nelle reti diplomatiche, militari e finanziarie globali come una mosca in una ragnatela. Ma sappiano che, da questa parte del mare, c’è moltissima gente che offre aiuto, e che ha bisogno del loro, di aiuto.

Buon viaggio ai nostri compagni americani. Per una volta non scriveremo “nordamericani”, come fanno tutti quelli a sud del confine con il Messico. Loro chiamano così se stessi, “the american movement”, “the american people”, e dunque bisogna portare rispetto. Ci hanno invitati a questa festa mondiale della democrazia, dopo che l’anno scorso, il 15 febbraio, eravamo stati noi ad invitare loro. Gliene siamo grati. Come all’indomani delle giornate di Seattle, nel ‘99. Quando tutti quanti scoprimmo, definitivamente, che non è questione di passaporto. Che un nuovo movimento era nato nell’ombelico del potere transnazionale. E oggi ascoltiamo le loro parole: dicono che il solo “patriottismo” possibile è farla finita con la guerra. Non sappiamo se anche lì sarà possibile giocare un altro gioco, sbriciolare la politica. Ma loro ci stanno provando, con 170 manifestazioni in altrettante città, il 20 marzo.

Buon viaggio ai nostri compagni iracheni. Le maestre senza scuole e gli scolari senza matite. La società senza possibilità di aver cura di se stessa. Le molte migliaia che hanno avuto un marito, una moglie, un bambino, un nonno ucciso dai bombardamenti di ieri, dall’embargo dell’altroieri, dalla guerra sporca di oggi. Quelli che a Baghdad, Bassora o in una qualunque altra città si chiedono cosa possono fare perché il loro paese non sia più occupato da eserciti stranieri, non precipiti in una lotta sanguinosa tra gruppi, etnie e religioni, possa trovare una sua propria strada verso una sua propria democrazia, non sia più il pedone petrolifero nella scacchiera della politica internazionale. Oggi, così pare, persone così non esistono. Ma nemmeno il movimento di Seattle esisteva, prima del ’99. Prima del ’94 gli indigeni del sud del Messico erano solo miseri contadini calpestati da ogni possibile sopruso. I cittadini di Buenos Aires erano solo correntisti bancari truffati dal loro governo e cittadini truffati dai loro politici. Gli spagnoli erano sudditi di Aznar, e noi stessi, prima di Genova, eravamo solo elettori delusi e telespettatori dei monologhi grotteschi di un tizio con la faccia rifatta.

Buon viaggio a noi tutti. Perché il mondo ha bisogno estremo di gente come noi. Tutto sembra precipitare verso una guerra senza fronti, senza regole e senza fine, in cui il solo imperativo è: uccidi chi ti viene indicato come nemico. Cioè: uccidi chiunque. Ma, se solo per un momento si riesce ad uscire dalla nebbia delle menzogne, si vede bene che, se c’è una speranza, essa cammina a Roma, a Madrid, a New York e in centinaia di altri posti sul pianeta Terra, sabato 20 marzo.

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