Si dirà che le bombe che a Madrid hanno ucciso quasi duecento persone sono “l’11 settembre europeo”, e che, di conseguenza, la “guerra al terrorismo” va intensificata. Si svilupperanno ipotesi e indagini, supposizioni e accuse sui responsabili: l’Eta, l’organizzazione armata basca, o non meglio identificati gruppi di islamisti, forse la stessa Al Qaeda.
A noi interessano solo due cose. La prima, che a rimetterci la vita sono stati duecento uomini e donne, lavoratori, pendolari aggrappati ai mancorrente di vagoni affollatissimi, gente come noi, come chiunque si incontra per strada, sconosciuti eppure amici, simili, eguali. Sono le vittime preferite del terrorismo e della guerra preventiva, come gli impiegati, gli addetti alle pulizie e i camerieri dei ristoranti nelle Torri Gemelle, o i bambini di Baghdad decimati da un embargo decennale, gli almeno diecimila iracheni uccisi dall’inizio dell’invasione e gli oltre cinquecento soldati statunitensi. Gente come noi.
Secondo, e di conseguenza, pensiamo che volere un mondo di pace vuol dire non solo provare orrore, com’è naturale, umano, di fronte a una tale carneficina, ma adoperarsi per smontare la macchina che produce il terrorismo e che produce la guerra. La stessa macchina.
Qualcuno di noi corse a Bologna, un certo giorno di tanti anni fa, quando arrivò la notizia che una bomba era esplosa alla stazione. Provammo lo stesso smarrimento che proviamo ora, lo stesso orrore, la stessa difficoltà a comprendere. Ma provammo, anche, la stessa, testarda emozione che proviamo ora: quale che sia la causa per la quale ci si batte, quale che sia il futuro che si vuole affrettare, nulla può dare senso all’assassinio non di duecento, ma di un solo essere umano. Viceversa, nessuna ritorsione, repressione o vendetta, ammesso che questi ne siano i moventi sinceri, può giustificare quelle macchine di morte e quei moltiplicatori di violenza che sono gli eserciti.
Perciò saremo in strada, il 20 marzo.





