Ai miei amici

040310fassino03

Se io volessi andare con tutti i miei amici, e sono in grado di raccoglierne un discreto gruppo, a una manifestazione pubblica dell’Ulivo convocata, poniamo, a sostegno del Ponte sullo Stretto di Messina, e dicessi che sono lì perché ho il diritto anche io di manifestare, anche se io e i miei amici inalberiamo cartelli e striscioni contro il Ponte, credo proprio che Marco Minniti (capo calabrese dei Ds, nonché fautore del Ponte) e Francesco Rutelli (che in campagna elettorale, nel 2001, andò a Messina a dire che “il Ponte lo faremo noi, altro che Berlusconi”), ci zittirebbero, i miei amici e me, e probabilmente ci farebbero buttare fuori da quegli “steward” muscolosi che di solito guardano le porte dei convegni ufficiali dei partiti. E il giorno dopo, sono pronto a scommetterci, i giornali non dedicherebbero nemmeno una riga alla bizzarria di qualcuno che, essendo “contro” il Ponte, ha preteso di partecipare a pieno titolo a una manifestazione che era invece “a favore”. E farebbero bene.

Come si spiega, allora, che i media in coro gridano all’intolleranza e all’estremismo, quando avviene l’opposto, e si fa notare che votare alla camera perché le truppe italiane restino in Iraq, e poi pretendere di partecipare a una manifestazione, quella del 20 marzo, che chiede esattamente il contrario, è quanto meno una bizzarria?

Dice: però i Ds e i loro alleati sono “contro” la guerra in Iraq. Tant’è vero che, alla camera, hanno votato contro la “missione” (eufemismo insopportabile) militare. Vero. Però il giorno dopo hanno anche votato perché i soldati restino lì fino a giugno, anzi “non oltre” giugno, se nel frattempo una forza multinazionale guidata dall’Onu non sarà subentrata alla attuale occupazione da parte di Stati uniti e soci. E hanno aggiunto, in una nebbia di dichiarazioni e allusioni, che di questa forza multinazionale guidata dall’Onu dovrebbero comunque far parte anche gli Stati uniti. Perché – non detto rumorosissimo – si può chiedere sì agli Usa di rinunciare a una titolarità dell’occupazione che gli sta costando sia la vita di centinaia di soldati, che decine di punti di gradimento nei sondaggi sul presidente Bush, ma non certamete di rinunciare a quel che hanno conquistato con le armi, ossia principalmente i pozzi di petrolio, la loro strategia geopolitica in medio oriente, e via realpolitikando.

Con, all’orizzonte, la speranza, anzi la credenza, che un nuovo presidente, ad esempio Kerry, sia disposto ad ammorbidire l’atteggiamento unilaterale dell’attuale amministrazione.
Insomma, da quel che si capisce la linea della maggioranza del centrosinistra, sull’Iraq, cioè sulla guerra, cioè sul mondo dominato dal neoliberismo e dal suo braccio armato imperiale, è questa: a) è possibile che la guerra “infinita” finisca; b) a questo scopo, è ralistico pensare di ridare un ruolo tanto forte, all’Onu, da affiancarne le truppe e i funzionari a quelli del Pentagono e delle multinazionali che si stanno spartendo le spoglie dell’Iraq; c) realismo però vuole che Pentagono e multinazionali continuino, in un quadro di formale legalità internazionale restaurata, a fare il loro mestiere; d) in ogni caso, chiunque voglia andare al governo in un paese del G8, come l’Italia, non può puzzare di “neutralismo”, come gli sciagurati francesi, che infatti non hanno acchiappato nemmeno un appalto in Iraq, né sposare le tesi “utopiche” del pacifismo intransigente, che, come spiega Galli della Loggia, è il contrario del “riformismo”.

Non sono sicuro che il riassunto sia fedele, perché non è facile capire che cosa, esattamente, i Ds e gli altri stiano facendo, anche se io e i miei amici li osserviamo con attenzione da molti anni, nonostante il fatto che, ad esempio, sia stato tra gli altri Luciano Violante, ad opporsi alla diretta tv del dibattito sull’Iraq. Si può in ogni caso a lungo discutere su ciascuna di quelle premesse, sul realismo magico della “realpolitik” e sulla effettiva differenza tra Bush e Kerry, su cosa sia “legalità internazionale”, e così via. E infatti ne discuteremo.

Ma quel che è indiscutibile è che tutto questo contraddice la ragione per la quale i pacifisti statunitensi hanno chiesto ai loro compagni in tutto il mondo di scendere in piazza il 20 di marzo: il ritiro immediato e incondizionato delle truppe di occupazione, quale premessa indispensabile per una effettiva pacificazione, in cui siano gli iracheni a decidere sul loro destino. Per gli statunitensi, peraltro, ancor più che per noi, ritirare le truppe è una necessità: per salvare la vita, letteralmente, a coloro che, in divisa mimetica e loro connazionali, muoiono ogni giorno. Sarà sbagliato, dal punto di vista dei “riformisti”, ma il punto è questo, non un altro, e non lo si evita imbrogliando le carte e, peggio ancora, facendo le vittime o i finti tonti.

A poche ore dal voto sull’Iraq, Massimo D’Alema, che ha fama di non essere tonto e quindi ogni tanto si può permettere di farlo, ha dichiarato alla radio: ‘’Non capisco l’enfasi della polemica che altri gruppi della sinistra hanno condotto contro di noi e che secondo me hanno altre ragioni… La lista unitaria crea preoccupazione in piccoli partiti che temono di perdere il loro potere nella sinistra’’. Ovvero, qui l’Iraq non c’entra niente, non frega a nessuno, dice D’Alema, il solo problema è il “potere”, cioè quanti voti prende chi. Di realpolitik in realpolitik, si arriva qui, al cinismo più disadorno.

In ogni modo, la controfigura di D’Alema, Fassino, sarà il 20 marzo in strada, accompagnato si presume da un buon numero di “steward”. A sostenere il contrario di quel che tutti gli altri saranno lì a chiedere. E siccome i miei amici e io non possediamo “steward”, perché non abbiamo i quattrini per ingaggiarli e, soprattutto, perché ci ripugna ricorrere a simili “bracci armati” (caso mai, essere per la pace suggerisce di ricorrere a “bracci disarmati”), non lo butteremo fuori, come farebbe lui con noi in una situazione rovesciata. Però, insieme alla maglietta zapatista che indosso sempre in queste occasioni (vi compare il subcomandante Marcos, l’ho comprata in Chiapas e la portavo a Genova nei giorni della caccia al manifestante: che volete, ognuno ha le sue superstizioni), insieme alle scarpe comode e a un berretto per il sole, mi porterò dietro un fischietto, se lo trovo, e suggerirò ai miei amici di fare altrettanto. Se no, ricorrerò all’insegnamento di Eduardo De Filippo, che spiegò una volta in modo definitivo la differenza tra il semplice “pernacchio” e la ben più devastante “pernacchia”.

Post scriptum. Dopo avere scritto queste righe, leggo la dichiarazione (congiunta) di Piero Bernocchi e Luca Casarini, in cui si dice che la presenza al corteo del 20 marzo di parlamentari che non hanno votato no alla missione in Iraq “creerebbe una tensione che nessuno potrebbe controllare”, dato che “non sono previsti servizi d’ordine da parte degli organizzatori e tantomeno ne sarebbero accettati da parte di quelle forze politiche che, oltre a non aver promosso il corteo, non ne condividono neanche la piattaforma”. Bernocchi e Casarini invitano pertanto quei parlamentari a non “imporre la propria sgradita presenza”. A parte il fatto che un corteo non è più, come ai vecchi tempi, una scacchiera in cui fanno le loro esercitazioni “servizi d’ordine” contrapposti, è certo che i giornali si getteranno a pesce su questa dichiarazione per sostenere – di nuovo, dopo gli “schiaffoni” di Francesco Caruso, che invece questa volta tace – la tesi secondo cui i pacifisti sono violenti e i “riformisti” vittime. Bernocchi e Casarini saranno citati da tutti i media. Per usare il loro linguaggio da fanteria: obiettivo raggiunto.

invia per mail torna su
dello stesso autore
Archivio degli editoriali
Seleziona un periodo
11 ottobre 20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi crisi alimentare crisi finanziaria critical mass Cuba curdi dal molin