Mimose in fuga

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Basta. Non se ne può più. Anche le mimose hanno disertato, quest’anno. Arriva l’8 marzo e con esso un diluvio di parole: i maggiori quotidiani dedicano pagine e pagine a un evento che è sicuramente “notiziabile”, che fa vendere sicuramente qualche bacio Perugina in più e che riempie le bocche di tanti uomini [non è anacronistico separatismo ma semplice constatazione sottolineare che la maggior parte degli articoli sono scritti da uomini, con la benedizione del presidente Ciampi]. Fiumi di inchiostro regalati alla solita retorica e a dati, certamente importanti, ma desolantemente arcinoti: sfruttamento sul lavoro, violenze nelle famiglie, donne costrette a fuggire con i loro bambini da guerre sanguinarie, poca accessibilità ai luoghi istituzionali, eccetera. Una sgridatina ai capi cattivi, una tirata d’orecchie a quelle madri che non sono anche efficienti donne in carriera, e anche per quest’anno è andata.

E il 9 marzo, o il 7 e tutti gli altri giorni?
Lo hanno capito i femminismi, che si ritrovano in gruppi, collettivi o che partecipano ai movimenti e che si sottraggono alle celebrazioni di oggi. La loro è una storia segnata da un lavoro quotidiano che dice ‘no’ a tutte le guerre, alle esclusioni e alle violenze, alla negazione dei diritti e alle discriminazioni.
Ed è anche l’espressione di nuove pratiche e riflessioni comuni, per contrastare leggi [procreazione assistita, mutilazioni genitali, prostituzione], che minano la libera scelta e la consapevolezza delle donne, ma anche per smuovere gli stessi movimenti su tematiche non sentite come patrimonio di tutti.

Il mondo è pieno, anche questa potrebbe essere una banalità, se solo si sapesse, di donne che lavorano, creano, vivono, desiderano, pensano e resistono a politiche globali neoliberiste. Queste donne ripetono da anni, perché certamente su di loro certe politiche gravano di più, che è tempo di cambiare, di ricominciare dalle relazioni fra donne e uomini che credono in un’altra qualità e stile di vita. Forse è su questo che dovremmo riflettere di più, sul perché questo lavoro di rete e tessitura, che non si è mai fermato, non produce la visibilità e il riconoscimento che vuol dire responsabilità e presa di parola.

Anche perché, nella retorica sull’altra metà del cielo, c’è anche l’allusione al “genere unico”, come se fossimo tutte uguali e con gli stessi desideri. Ha ragione Silvia Ballestra, sull’Unità, nel dire che se si pensa a Letizia Moratti o a Condoleeza Rice, viene il voltastomaco. Che facciano loro le madri, le sorelle, le mogli, le zie… Noi, altra metà dell’altra metà del cielo, dovremmo, con maggiore forza, sottrarci ad anniversari solo rituali e unire energie e sogni nella costruzione di un cielo migliore sotto il quale stare.

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