Un Sms dai Grandi Laghi

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Dieci anni fa, l’insurrezione in Chiapas cominciò a cambiare i movimenti sociali e le sinistre di tutto il mondo. Il 1994 può essere ricordato anche come l’anno del liberismo italiano, con il primo governo Berlusconi. Pochi lo ricordano, invece, come l’anno del genocidio ruandese, nel quale più di un milione di tutsi e hutu furuno uccisi. E oggi la storia sembra ripetersi, ma con alcune importanti differenze. La ribellione al liberismo ha contaminato città e popoli: da Seattle a Genova, da Porto Alegre a Scanzano. Berlusconi è nuovamente al governo. Ma i massacri compiuti in Africa non sono, per la maggioranza dei media, una notizia.

Il bilancio del massacro di Barlonyo, ad esempio, campo profughi a venticinque chilometri a nordest di Lira [Uganda del nord], assalito sabato 21 febbraio dai ribelli del sedicente Esercito di resistenza del signore [Lra], è di trecento vittime. Eppure, giornali e tv hanno dedicato all’Uganda poche righe e qualche secondo di telegiornale. Appena rientrato dall’Uganda, il senatore Nuccio Iovene, interpellato da Carta, ha definito il massacro un “genocidio”. Anche l’uccisione del Nunzio apostolico in Burundi, lo scorso dicembre [da quattro secoli non veniva assassinato un rappresentante del Vaticano], non ha attirato l’attenzione dei media. Che si guardano bene anche dal raccontare l’Africa “italiana”, quella dei migranti che la Bossi-Fini preferisce rinchiudere nei centri di detenzione o ai margini delle città, come conferma la vicenda dei quattrocenti “ospiti”, tra rifugiati e richiedenti asilo, dell’”Hotel Africa” a Roma.

Forse l’Africa non diventa notizia perché non la conosciamo, più probabilmente perché ci riguarda assai da vicino. Troppo vicino. Per capire ciò che accade in Uganda, in Burundi o in una delle altre tredici guerre che dilaniano in questo momento l’Africa, è utile ricordare la schiavitù, il colonialismo e le conseguenze del piani di aggiustamento strutturale imposti fin dagli anni settanta dal Fondo monetario internazionale, ma anche le moderne espropriazioni di multinazionali con sede in Europa e Usa, assetate di diamanti, oro, petrolio, acuqa e coltan [il prezioso minerale utilizzato per la produzione di telefoni cellulari, playstation e aerei militari].

Il volto moderno del colonialismo è quello delle devastazioni ambientali e sociali, come quella dell’Eni Agip nel Delta del Niger, ma anche “culturali”. I colonizzatori francesi dicevano che era normale impadronirsi delle terre africane “vuote”, senza padroni. Ma in Africa, per secoli, non sono mai esistite terre di nessuno: l’idea di proprietà africana è sempre stata comunitaria, la terra era considerata un’entità con un valore spirituale. I “capi politici” non sono mai stati i proprietari delle terre come in occidente. Il suolo era sacro perché vi si seppellivano i morti e perché consentiva la coltivazione di prodotti alimentari. Con la colonizzazione, la terra è diventata un oggetto di proprietà personale, non è più dei villaggi. E le espropriazioni, avviate con il colonialismo, proseguono oggi in modi diversi, perché la terra africana, a cominciare da quella dei Grandi Laghi, è un supermercato agricolo e minerario.

Ma i conflitti sono anche il risultato del tradimento da parte di pezzi della classe politica africana, colpevole di aver mancato alle aspirazioni profonde dei popoli che, grazie alla lotta anti-coloniale, avevano sognato orizzonti di libertà, partecipazione, equità. Non solo i dirigenti africani si sono accontentati di scimmiottare le istituzioni occidentali, senza adeguarle alla realtà africana; ma, presto, molti hanno dimenticato i loro popoli per mettersi al servizio degli interessi esterni e delle ambizioni personali di ricchezza e di longevità politica.

Per chi preferisce la storia dal basso, il 1994 è anche l’anno in cui Nelson Mandela fu eletto presidente del Sudafrica. Ma, se la fine dell’Apartheid non ha portato a un reale cambiamento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione sudafricana, ha certamente favorito le mobilitazioni comunitarie nel paese. Così come, nei Grandi Laghi, associazioni per i diritti umani hanno cominciato a crescere e a stringere rapporti con movimenti sociali di altri paesi. Non c’è dubbio che i processi di pace e di giustizia sociale, in Africa, potranno maturare solo se le alleanze e le comunicazioni con altri movimenti sociali si moltiplicheranno. Magari con il supporto dei cellulari, finalmente davvero utili a qualcosa.

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