Lunedì pomeriggio, scorrendo le agenzie di stampa, ho letto le “dichiarazioni” di Vittorio Agnoletto, Luca Casarini e Francesco Caruso, rispettivamente presentati come “leader del social forum”, “portavoce dei disobbedienti” e “leader dei no global napoletani”. Mancava quella del portavoce dei Cobas, Piero Bernocchi. Ciò nonostante, il giorno dopo, martedi", i quotidiani sono usciti con titoli come “I pacifisti a Fassino: avrai fischi e ceffoni” (il Corriere della Sera, con tanto di commento di Piero Ostellino). Una variante, a seconda dell’inclinazione dei giornali, attribuiva quelle intenzioni non ai “pacifisti”, ma ai “no global”. Naturalmente, i media hanno scelto la battuta più pirotecnica, nella comune (di Agnoletto, Casarini e Caruso) decisione di non ammettere, nel corteo del 20 marzo, il segretario dei Ds, Piero Fassino. Era quella di Caruso, gli “schiaffoni umanitari”: trovata non nuovissima, ma che si presta bene alle ironie. Meno fortuna hanno avuto le varianti più serie: quella un po’ più “di destra” di Agnoletto (espulsione dal corteo senza alzare le mani) e quella un poí più “di sinistra” di Casarini (espulsione diretta, minacciata però, come ha fatto notare qualcuno, in modo un po’ contorto: non mi asterrò dal cacciare chi si è astenuto).
In ogni modo, con minore o maggiore successo, le “dichiarazioni”, offerte all’Ansa e, presumo, alle altre agenzie via telefono o posta elettronica, hanno colpito il bersaglio. I tre sono diventati attori antagonisti su un palcoscenico in cui si aggiravano Piero Fassino, che aveva detto a Radio Anch’io “certo che andrò al corteo”; il capogruppo ds al senato Angius, che ha scritto una lettera a Zanotelli per dire “sotto le bandiere della pace c’è posto anche per noi”; il presidente delle Acli Luigi Bobba e il coordinatore di alcune Ong Sergio Marelli, che, interpellati dal Corriere della Sera e qualificati come “i cattolici”, più o meno come Agnoletto e Casarini sono “i pacifisti”, avevano detto che l’appello del Comitato organizzatore del 20 marzo è “antiamericano”, ignorando forse che la giornata globale del 20 marzo è stata indetta sulle parole d’ordine dei pacifisti statunitensi; il dalemiano d’assalto Caldarola, che ha accusato Folena e Mussi, del “correntone”, di armare la manona che darà lo schiaffone a Fassino. E così via.
Il tema di questa rappresentazione (o rappresentanza?) è: i pacifisti sono così intolleranti, cioè tanto poco pacifisti, da perseguitare e minacciare chi non ha votato “no” al senato sull’Iraq. Si tratta di un tipico (per i media) rovesciamento di senso, molto situazionista, in cui chi fa una cosa sbagliata (non opporsi fino in fondo a una guerra, che è pur sempre una macelleria, anche se gli oppiacei della ripetitività delle stragi in Iraq e la propaganda sui nostri soldati come “pacificatori” hanno messo fuori quadro questa sostanza) diventa vittima (di intollerabili aggressioni). E la circostanza divertente, si fa per dire, è che il primo a suggerire questa linea di lettura è stato, subito dopo il voto in senato, Giuliano Ferrara, sul Foglio. Il quale, da autentico suggeritore maligno qual è, ha in questo modo preso due piccioni: a) tutelare la scelta ambigua dei prodiani, incitandoli a mantenerla anche alla camera (se ti minacciano, non puoi arrenderti, devi tenere duro); b) presentare “i pacifisti”, appunto, come degli intolleranti in palese contraddizione con se stessi (costringendo anche il comitato organizzatore del 20 marzo a discutere per interi pomeriggi sulle dichiarazioni all’Ansa di questo o quello, con nervosismi crescenti).
Il solo che abbia saputo, a modo suo, fare una mossa azzeccata, nel gioco dei media, è stato Luciano Violante, il quale ha detto – ancora al Corriere, guarda caso – una cosa che in altri momenti non avrebbe detto nemmeno sotto tortura, e cioè che i morti italiani in Iraq pesano sulla coscienza del governo, “che non li ha coperti”, ottenendo con ciò: a) che è più difficile adesso sostenere che i Ds sono ambigui sulla guerra in Iraq; b) che tutto il “dibattito” si spostasse di colpo, tralasciando il comportamento dei prodiani in parlamento. Ma è durato solo un momento, il depistaggio: le dichiarazioni di Agnoletto, Casarini e Caruso lo hanno subito riportato dove voleva Ferrara, agli “schiaffoni” tra “i pacifisti” e i diessini.
In fondo, quello dei media è un gioco molto meno complicato di un videogame qualunque.
Basta capire cosa i giornalisti vogliono da te. E con quale linguaggio lo vogliono. Ci sono, su questo meccanismo, studi molto seri, ad esempio quelli di Serge Halimi in Francia: i media vogliono “leader”, o almeno “opinion leader” dei movimenti che: a) siano disponibili in qualunque momento e su qualsiasi argomento; b) siano capaci di battute fulminanti, buone per i titoli e per i tempi rapidi della tv; c) parlino una lingua comprensibile ai giornalisti, cioè la loro. Così che, argomenta Halimi, non sono i movimenti, che hanno tempi e modi di relazione e di elaborazione dei temi complessi, lenti, contraddittori e provvisori, a scegliere i loro “portavoce”, ma i media, che non hanno tempo da perdere e sono fondamentalmente ignoranti, ovvero vincolati al senso comune (lo stesso che esprime quella forma di non-arte che è la pubblicità, ma qui il discorso diventa lungo). Basta insomma che un nome e un numero di cellulare entrino nelle agende telefoniche di un numero sufficiente di giornalisti, dopo di che, superata una certa soglia, le agenzie di stampa sono ben contente di rilanciare le “dichiarazioni” di colui che sia già apparso sui media più volte e con un certo rilievo, in un andamento che si auto-alimenta.
Una volta capito il meccanismo, non è affatto difficile inserirvisi. Basta cogliere l’attimo e saper insistere con i ritmi giusti. Come hanno bene inteso i nordamericani, che ne hanno fatto quasi uno stile di vita, chiunque può aspirare alla sua comparsata sui media: è la democrazia della comunicazione. Il guaio è che la realtà, anche quella delle persone che si prestano a quel gioco, sparisce del tutto. Quel che i lettori e i telespettatori vedono sono maschere di una specie di teatro No giapponese, in cui ci si esprime a gesti e monosillabi. Il Vittorio Agnoletto medico, quello che ha tanto lavorato sull’Aids e che ha tenuto una trincea molto difficile nei giorni di Genova diventa un “politico” come tutti gli altri, e lo stesso vale per il Luca Casarini mitragliato di procedimenti giudiziari persecutori e propriamente fascisti (il confino) per la sua instancabile attività sociale, o per il Francesco Caruso che tesse e ricuce reti nel mezzogiorno con un atteggiamento aperto e, davvero, simpatico. Tre persone che in molti apprezziamo e stimiamo, ma che hanno ben poco a che vedere con le loro proiezioni sui media.
Forse sarebbe il caso di lasciar perdere, voglio dire non leggere più i giornali, perché, poi, Vittorio, Luca e Francesco hanno il diritto di fare quel che gli pare, naturalmente. E noi, visto che si esibiscono in pubblico, abbiamo il diritto di meditarci sopra. Tra parentesi, diciamo così. Dato che i soli “mass media” su cui davvero bisognerebbe scommettere, a proposito di guerra e di pace, sono le carovane che stanno per percorrere il paese e le sue mille ribellioni sociali. Ecco, le carovane, diciamo così, sono l’esatto reciproco dei media: una informazione, anzi comunicazione, diretta, complessa e personale, in una babele di lingue e di temi. Buon viaggio.





