Non è un remake, un film (dell’orrore) già visto da replicare, magari a colori. È una storia nuova che sa di antico solo perché sono stantie le forme della repressione e dell’intimidazione che vengono proposte. Parliamo del disegno di legge sulle droghe del vice presidente del consiglio, Gianfranco Fini.
Da un giorno all’altro e senza nemmeno utilizzare il pretesto di una qualche emergenza, Fini ha deciso di lanciare (anche per rubare un po’ di scena a Berlusconi) una sua crociata, e ha scelto le droghe.
Lo ha fatto perché Berlusconi ha nel mirino i magistrati, perché la Lega ha preferito mettere in croce i pensionati e perché era abbastanza facile prendersela con i “drogati” che non hanno un sindacato a rappresentarli né una autorevolezza sociale né un santo in paradiso.
Fini non ha calcolato, però, che la maggioranza degli italiani si è già espressa con un referendum, giusto dieci anni fa, contro la punibilità di chi fa uso di sostanze. E non lo ha fatto per sbaglio o per distrazione ma perché convinta che bastonare il cane che affoga è un raccapricciante proverbio e un inutile esercizio repressivo.
Lo diranno oggi, sabato 21 febbraio, in decine di migliaia a Roma, mostrando che chi si droga non è un paria della società ma una persona, con i suoi bisogni e le sue fragilità. E che “farsi una canna” non è una orribile depravazione ma un comportamento molto diffuso che non fa male a nessuno, e ben poco a se stessi.
La manifestazione, che si è data appuntamento alle tre del pomeriggio nel piazzale dei Partigiani, nel quartiere Ostiense, ha anch’essa un legame “antico”, dal momento che a organizzarla è stato un Cartello ("ConFiniZero") formato da centri sociali come il Leo di Milano, associazioni antiproibizioniste come Fuoriluogo, coordinamenti di studenti come l’Uds, la stessa Cgil, la maggior parte dei quali c’era già quando impazzava il presidente del consiglio Craxi. E a loro hanno risposto, con un proprio cartello intitolato più o meno come allora, e cioè “Educare, non punire”, una infinità di associazioni cattoliche, le stesse che si batterono nel 1990 contro la legge Craxi-Jervolino.
Eppure, c’è oggi qualcosa di ben più inquietante di allora, nel messaggio che Fini lancia con la sua legge, e che ha a che fare con l’epoca in cui viviamo. Non si tratta più neppure di assecondare la finzione di allora, quando si diceva che punire i drogati serviva a “rieducarli”: oggi la parola d’ordine è cancellarli perché non c’è posto, nell’universo liberista, per i “devianti” che devono essere gettati in discariche sociali sempre più affollate. Si troverà sempre una “Scanzano” non ostile ma anzi “ospitale” nella quale scaricare queste “scorie umane”. Anzi, sono già a disposizione: sono un certo tipo di “comunità di recupero” o i carceri privati a cui stanno lavorando o perfino gli ospedali dove di potrebbe rinchiudere chi si droga con il trattamento sanitario obbligatorio.
Ecco, dunque, che la risposta di chi a questo si oppone deve oggi necessariamente essere più ampia di allora e non riguardare solo gli addetti ai lavori.
È per questo che l’intera società civile scende in campo oggi a dire che fare uso di droghe “giusto o sbagliato, non può essere reato”.





