Disobbedire alla Bossi-Fini

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Il 31 gennaio è stata la giornata della manifestazione contro i Centri di permanenza temporanea, questi nuovi lager della modernità, segno inequivocabile della follia di questo sistema e del nostro governo che rinchiude e trattiene in cattività delle persone che hanno la sola “colpa” di venire in Italia per uscire dalla miseria e povertà dei loro paesi e di cercare una via d’uscita alla loro situazione. La legge Bossi-Fini, che sostiene questi centri di “detenzione” e tante altre altre scelleratezze dimostra di avere un sottofondo culturale “fascista” e xenofobo e non è davvero tollerabile assecondare ed ubbidire ad una legge così ingiusta e parziale.

Per gli immigrati le forme di disobbedienza civile sono purtroppo scarse, data la precarietà della loro situazione e del loro “contratto di soggiorno”. Tocca allora a noi, cittadini e associazioni che hanno a cuore la democrazia e la salvaguardia dei diritti fondamentali per tutti gli uomini, fare qualcosa, reagire e tentare di costruire percorsi di resistenza. È per questo che mi sento di appellarmi, di chiedere a quelle organizzazioni che hanno l’incarico di gestire i centri di permanenza temporanea, di rinunciare all’incarico, di non essere più complici di questo meccanismo perverso. Un appello che spero tanti altri possano condividere e sostenere inviando un’email a muretto@altracitta.org.

Mi rivolgo a voi Misericordia, Croce Rossa Italiana, Fondazione Regina Pacis, associazione Fiamme d’Argento, cooperativa Insieme, cooperativa Malgradotutto che in questo momento state collaborando a mantenere la logica di detenzione dei Cpt. Vi chiedo un atto di coraggio: ritirate i vostri operatori e la vostra realtà associativa dai Cpt, dimostrando così la vostra presa di distanza da queste operazioni sporche e incivili.

Di fronte alla vostra obiezione che in genere recita più o meno così “piuttosto che lasciare la gestione dei centri al ministero è meglio occuparsene noi”, credo di poster dire con certezza che non è più il tempo delle scelte del “male minore”. È giunto il momento di fare pratica coerente e concreta di “nonviolenza” attiva, non affiancando le nostre menti, le nostre braccia e il nostro nome accanto a chi riduce l’uomo a un numero, una merce, un pacco fastidioso da restituire al mittente".

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