Domani a Roma ci saranno gli Stati generali dell’informazione. Un appuntamento a lungo covato e preceduto da numerosissime iniziative più o meno significative, più o meno incisive. Incisive per chi? Dal momento che, Ciampi o non Ciampi, tra pochi giorni la legge Gasparri rischia di diventare definitiva e che, rivolte o non rivolte nei telegiornali, l’informazione televisiva rasenta il ridicolo, è difficile pensare a qualcosa in grado di modificare l’attuale situazione.
Il manifesto messo a punto dagli organizzatori della manifestazione di domani, che si svolgerà all’Auditorium, non è né buono né pessimo. E’ solo vecchio. Parla di “pluralismo” come fossimo al tempo di Bernabei invece di puntare sulla pluralità. Rivendica “la corretta informazione” ma non sa dove andarla a cercare. Chiede “informazione democratica” sapendo che nel nostro paese non c’è nessuno, nemmeno Fini, che non si dichiari paladino della democrazia. A cosa serve continuare a ripetere concetti velleitari e vuoti? “In Italia stanno diventando costanti l’omologazione, la rappresentazione a voce unica, l’intolleranza verso le opinioni critiche di ogni voce fuori dal coro, verso la satira e la pluralità di modelli culturali.
Parti sempre più ampie della società civile sono emarginate o addirittura oscurate dai media più diffusi, a cominciare dal sistema radiotelevisivo nazionale. La gerarchia delle notizie risponde spesso più alle esigenze delle imprese e della pubblicità che alla realtà che i cittadini vivono quotidianamente e i problemi posti dai soggetti più attivi della società, la stessa comunicazione sociale, sono discriminati e marginali”, si legge nel manifesto. Ma che bella scoperta! Diciamolo con franchezza: non è stato Berlusconi a compiere questa devastazione. Quanto al fatto che parti sempre più ampie della società civile siano emarginate, a nostro modo di vedere, non si tratta di una questione quantitativa: se quelle “parti” fossero anche minime, il problema della informazione libera si porrebbe esattamente allo stesso modo.
Proviamo dunque a partire da un altro punto di vista (magari dal basso) e, fermo restando che gli Stati generali sono comunque una buona occasione di confronto, vediamo se è possibile fare in modo che siano un passo verso un’altra possibile comunicazione che abbia voglia di mettere in discussione se stessa e di sperimentare la possibilità di far crescere e diffondere forme inedite, libere, comunitarie, circolari, condivise di informazione. Qualcuno ci sta provando da tempo e, modestamente, qualcuno ci sta anche riuscendo. E se mettessimo insieme quello che di buono c’è e quello che si potrebbe costruire in un grande Forum europeo non solo di confronto ma anche di proposte?





