Si intitolava «Un giornale sociale», l’articolo con il quale si presentò, nel lontano dicembre 1998, il primo foglio di carta stampata con la testata Carta. Dire «giornale» era un eccesso di ottimismo: in fondo, si trattava del numero di prova di un supplemento del manifesto quotidiano, confezionato da tre redattori che aspiravano a uscire dalla casa madre. Per lanciarsi, appunto, nell’avventura del «sociale»: che stava a significare come, secondo noi, la politica – intesa come spazio democratico utile a resistere al dominio del mercato – si trovasse sempre meno dove era sempre stata, nei partiti e nelle istituzioni, e si fosse invece trasferita verso il basso, nei luoghi dove la gente vive, nei municipi, nelle comunità e nei territori. E’ da lì, supponevamo, che un’altra politica potrà nascere. Era il 1998. Nel ’99 Seattle, che nel 2001 i Forum sociali mondiali a Porto Alegre. E poi Genova, l’11 settembre e l’Iraq, Berlusconi e l’accendersi delle resistenze locali alle «grandi opere», dalla Val di Susa a Vicenza. Nel frattempo, quel supplemento divenne un mensile indipendente, poi un settimanale, una cooperativa di 400 soci, i libri, l’associazione Cantieri sociali, il sito. E, da oggi, un quotidiano. Questo. Gratuito, ancora piccolo [ma crescerà], stampabile e distribuibile a piacere, che vuole sollecitare la scrittura collettiva della «nuova narrazione del mondo» di cui si sente la necessità urgente. Perché, nove anni dopo, la politica continua a far danni, e l’altra politica prende piano piano coscienza di sé. Da oggi, la nostra piccola redazione lavorerà molto più intensamente, per assicurare l’informazione che i grandi media negano. Riusciremo nell’impresa, se ciascuno di quelli che ci leggono si trasformerà in un corrispondente. Auguri a noi tutti.





