Abbiamo avuto ieri, contestualmente, la folle intervista di Guglielmo Epifani a Repubblica e le assemblee di Mirafiori. Due cose che stanno insieme: Epifani abdica alla sua funzione di sindacalista e fa un catastrofico autogol, che sembrerebbe un incentivo a votare contro l’accordo sul welfare–vista la popolarità che ha questo governo presso i lavoratori–e per un altro verso, politicizzando il pronunciamento dei lavoratori, rischia davvero di creare l’impressione che la maggior parte di loro voglia la caduta del governo. Dall’altra parte vediamo la nitidezza dell’atteggiamento degli operai di Mirafiori, che continuano a considerare la loro condizione materiale con estrema lucidità ed esprimono un giudizio perfettamente coerente.
Credo che lo stesso ragionamento lo si possa replicare per il 20 di ottobre. Credo sia una grande occasione offerta alla composizione sociale e plurale della sinistra – quella che tale vuole rimanere–di prendere la parola e di immettere un elemento di razionalità nell’impazzimento della grande narrazione del teatro politico.
Dentro questo discorso, un capitolo significativo riguarda le primarie del 14 ottobre. Questo rito, questa liturgia un po’ grottesca, questo incomprensibile meccanismo elettorale che dovrebbe mimare il funzionamento di un corpo di partito e che in realtà si è trasformato in un labirinto, dà l’impressione appunto di un impazzimento delle macchine politiche, che, perse nel loro vuoto culturale e sociale, producono una confusione spaventosa, che ha un potenziale distruttivo altissimo. Sta distruggendo la maggioranza di governo, sta distruggendo il sindacato, sta destabilizzando tutte le culture politiche senza offrirne una alternativa [perché non se ne vede alcuna, in questa retorica della grande impresa che nasconde poi una molteplicità di conflitti personalistici].





