Guglielmo Epifani pensa di tutelare il ruolo politico-sociale della Cgil, assumendo la difesa del Protocollo cosiddetto sul welfare. Contestarne oggi anche solo parti minori vorrebbe dire delegittimare la propria funzione di «rappresentanza sociale». Nonché contraddire disastrosamente tutte le cautele che, nel meccanismo della consultazione, sono state prese per ottenere un plebiscito di sì [per fare un esempio, anche i dirigenti sindacali contrari, come quelli della Fiom, sono tenuti a sostenere nelle assemblee il sì all’accordo: come nel Partito comunista sovietico]. Ma si tratta di considerazioni «politiche». Che danno per inteso come questo Protocollo sia il massimo che si possa ottenere, con questo governo. A priori: non risulta che la Cgil, né tanto meno la Cisl e la Uil, abbiano pensato di ricorrere a qualche forma di pressione, scioperi o manifestazioni, per ottenere di più.
Anche in quel caso hanno prevalso necessità «politiche»: non mettere a rischio un governo e una maggioranza già molto fragili. Prodi [e Padoa Schioppa] si fanno forti della loro debolezza: volete che torni Berlusconi? Tutto tornerebbe, «politicamente», non fosse che la distruzione dei diritti dei lavoratori, la diffusione epidemica di contratti super-precari, la scarsità di euro nelle tasche dei salariati e dei pensionati, tutto questo ha raggiunto livelli da allarme rosso. E non sarà una mancia ai pensionati o la mancata revisione della legge 30 a cambiare questa situazione drammatica. Epifani dovrebbe saperlo, visto che la Cgil è una organizzazione immersa nella società, a differenza dei partiti. Questa settimana vedremo se il governo [ossia la maggioranza della maggioranza] accetterà di cambiare il Protocollo, come chiede il ministro Ferrero nell’intervista che pubblichiamo qui, e se i sindacati concederanno che qualcosa si possa modificare [in meglio]. Nel frattempo si vota. Ed è sicuro che più saranno i no, più possibilità ci saranno che la Cgil torni a fare il suo mestiere, che non è quello di un partito.





