Che cosa sia la manifestazione del 20 ottobre lo decideranno quelli che saranno per strada, quelli che per venirci che hanno preso pullman, treni, e una nave nel caso dei sardi. Si guarderanno in faccia, mostreranno le loro bandiere, proteste, le bande intoneranno musiche: tutti respireranno l’atmosfera, misureranno la varietà, il tono, il numero del corteo, e sceglieranno se hanno fatto bene, a fare la fatica di un viaggio in molti casi lungo due notti e un giorno, e se vale la pena di non perdersi di vista.
A decidere che cosa la manifestazione sarà non sono di sicuro i media, che hanno insistito fino all’ultimo nelle caricature: è della «sinistra radicale», è contro il governo, anzi a favore, con o senza ministri, ecc. Non siamo stupiti: vilipendere le espressioni popolari è uno sport che i media fanno bene, capitò a Genova e a Firenze, dopo Venaus in Val di Susa e a Vicenza. Infatti dovrebbero saperlo anche quelli della «sinistra ancora più radicale», che nell’occasione si sono prestati al gioco: non è abbastanza contro il governo, sono servi dei partiti, ecc. Non che i partiti si siano risparmiati: facciamo un corteo anzi un concerto, ricontrattiamo la «piattaforma»… Peccato che a proporre la manifestazione siano stati tre giornali onesti [noi stessi, il manifesto e Liberazione] e una quindicina di persone di cui difficilmente si può dire: sono pupazzi i cui fili sono in mano a qualcun altro.
Dal palco di piazza San Giovanni diremo che forse è bene non disperdersi, il 21 ottobre. Perché il re-inizio di dialogo, in molti luoghi, potrebbe allargarsi, diventare stabile, iniziare a ricucire una società aggredita dal liberismo [religione ufficiale dell’attuale governo] e derubata della democrazia [sostituita con plebisciti]. Per quanto banale sia, torna utile lo slogan del Maggio francese: non è che l’inizio. Con un saggio punto interrogativo.





