Chissà se è vero che dalla Santa sede hanno telefonato a tutti i parlamentari cattolici che si apprestavano a votare la legge sulle tecniche di riproduzione assistita. Comunque, alla fine, l’Italia si ritrova una legge che dà accesso alle tecniche di riproduzione assistita solo alle coppie eterosessuali, sposate, in età fertile. Che vieta la fecondazione eterologa, ossia fuori dalla coppia “riconosciuta”. Riconosce “i diritti” dell’embrione, e quindi contrasta con la legge sull’aborto. Stabilisce rigide limitazioni alla conservazione degli embrioni stessi. Prevede l’impianto obbligatorio, nell’utero di una donna, anche di un embrione malato (per difenderne “i diritti”?). Indigna gran parte della comunità scientifica italiana.
Una legge ignobile, insensata, medievale, che mette in pericolo la libertà e la salute della donna. Come si può legiferare sul desiderio di fare figli?
Serve, invece, porre rimedio allo scandalo tollerato e, in molti casi, favorito e perpetuato nel tempo che ha fatto del giusto desiderio di maternità un mercato incontrollato. Stabilire seriamente i limiti della ricerca medica, per evitare che diventi sperimentazione selvaggia e violenta sul corpo delle donne, soprattutto nei centri privati. Far valere il principio di un accesso alle tecniche di riproduzione assistita per tutte le donne che hanno problemi riproduttivi.
Nei palazzi di Camera e Senato è stato compiuto un passo grave e irresponsabile. Che riporta indietro di decenni il paese in fatto di diritti, libertà e responsabilità individuali. La legge è passata anche grazie (anzi soprattutto grazie) all’arretramento culturale di politici (magari ex radicali, che si vantano in campagna elettorale delle battaglie per il divorzio e l’aborto) della cosiddetta opposizione, che fanno dei diritti delle donne “una questione di coscienza”.
Parliamone, confrontiamoci, diffondiamo iniziative, apriamo un confronto laico. I movimenti che si battono per la pace e per un mondo diverso dovrebbero far diventare questo tema un’altra delle loro (nostre) priorità. O no?





