Con “luddismo” si è sempre inteso, nel linguaggio delle sinistre, quel fenomeno che, all’inizio della rivoluzione industriale, consisteva nella rivolta operaia contro le macchine. Il cui modo di esprimersi era la distruzione delle macchine, che sottraevano lavoro e professionalità agli artigiani o ai contadini ristretti nei recinti delle fabbriche, dove erano sottoposti a quella disciplina, fisica e del tempo di lavoro, che, una volta divenuta “scienza”, sarebbe passata alla storia con il nome di “taylorismo”. Nella vulgata di sinistra, dicendo “luddismo” si voleva alludere a una lotta primitiva, la quale, senza consapevolezza del rapporto tra capitale e lavoro, cercava di colpire l’ultimo effetto dell’industrialismo, il più vistoso e opprimente: il macchinismo. E, con il tempo, “luddismo” divenne sinonimo di atteggiamento distruttivo e cieco, anche grazie all’assonanza con la radice di “gioco” in latino, “ludus”, anche se l’origine della parola era tutt’altra (la si deve a un certo Ludd, un inglese dell’epoca).
Questa premessa fintamente dotta serve ad avanzare una ipotesi: che l’avvelenamento delle bottiglie di acqua minerale, di cui le cronache di dicembre straripano, possa essere l’effetto di un “luddismo” applicato non più alla produzione, ma, com’è caratteristica dell’epoca, al consumo.
Le segnalazioni di malori per aver bevuto acqua alla candeggina o di bottiglie sospette sugli scaffali dei supermercati sono talmente diffuse, in tutto il paese, che è difficile, anche per i magistrati più affezionati alla caccia al terrorista, all’anarchico o all’eco-terrorista, che un solo gruppo, o addirittura individuo, possa aver architettato e messo in pratica un tale, mostruoso piano. E’ viceversa possibile che un individuo, o un gruppo, possano aver iniziato, i magistrati dicono in Veneto, a forare le bottiglie di plastica. Ma questo fatto non spiega quel che è avvenuto poi. E cioè, con tutta evidenza, che molti gruppi, o individui, hanno imitato il gesto, diffondendo peraltro una sorta di psicosi, o almeno diffidenza generalizzata, nei confronti dell’acqua in bottiglia.
Perché è accaduto? E perché proprio con l’acqua minerale e non, poniamo, con le merendine o la pasta? Ecco due buone domande che i media, che dedicano molto tempo a quel che hanno subito chiamato, tanto per confondere tutto, “acquabomber” (immaginate uno “spaghettibomber” o un “fiestabomber”?), non hanno nemmeno accennato a porsi.
Ma la risposta non è comunque facile. Forse, però, si possono fare delle ipotesi. Come, appunto, il fatto che qualcosa, nella psicologia sociale, abbia fatto crac, e che, come gli operai delle prime manifatture distruggevano le macchine, abbia indotto una, poi dieci, infine cento persone, o gruppi, a cercare di distruggere il consumo. E perché il consumo? Basta andare all’ingresso di un centro commerciale, un sabato mattina, e fermarsi ad osservare per qualche minuto, per vedere subito come le famigliole che spuntano fuori dalle grandi scale mobili, tutte in fila, tutte appese letteralmente a carrelli sempre più capienti, per incolonnarsi agli ingressi, davanti a scaffali giganteschi, alle casse, per poi tornare, sempre in fila, ai parcheggi da migliaia di auto tutte diverse e tutte identiche, siano l’equivalente neoliberista dei lavoratori pre-fordisti dell’Ottocento.
Oscar Marchisio ha scritto, su Carta, pagine molto convincenti, sulla strategia del controllo sociale, e dell’accumulazione, basate sull’addestramento forzato al consumo. E’ ormai altrettanto evidente come questa massificazione del consumo (una sorta di “taylorismo” in uscita, invece che in entrata) sia sempre più insopportabile, al punto che il mercato, specialmente di alimentari, cerchi di inseguire, letteralmente, la tendenza dei consumatori a cercare cibi artigianali, basati sulle tradizioni locali, biologici e non transgenici… Al punto che, nei supermercati, fioriscono i banchi del formaggio tipico o del pesce fresco, e addirittura una catena ha annunciato che, in uno di quei paesi del nord in cui la proliferazione di supermercati nelle periferie ha annientato i negozietti nelle strade dei centri storici, avrebbe essa riaperto i negozietti, come “punti vendita” separati dello stesso supermercato.
Dunque, forse siamo di fronte a una ribellione “luddista” alla “fabbrica” del consumo. E la scelta dell’acqua, per quanto istintiva sia, a sua volta indica una grande precisione, nel cercare il bersaglio. L’acqua minerale è lo scandalo consumistico più straordinario degli ultimi due decenni. Un consumo in ascesa enorme, favorito sia dalle inadempienze pubbliche nella cura (e protezione dalle multinazionali) degli acquedotti, sia dal vero e proprio regalo che le autorità hanno fatto alle multinazionali del settore, riscuotendo cifre ridicole dall’affitto di fonti che, secondo la legge, restano di proprietà pubblica. La diffamazione nei confronti dell’acqua “del rubinetto” e i bassissimi costi della materia prima e dell’imbottigliamento hanno creato, dal nulla, un mercato gigantesco, che peraltro, grazie al trasporto e alla diffusione di bottiglie di plastica difficili da smaltire, ha un costo monetario ed ecologico incalcolabile per la collettività.
Non diciamo niente di nuovo: sono gli argomenti della campagna per l’acqua, bene comune, grazie alla quale, in tutta Italia (e in tutto il mondo) si resiste, acquedotto per acquedotto, alla privatizzazione: con molti successi.
Ma l’epidemia di avvelenamenti e psicosi sono, probabilmente, un segnale d’allarme. Dove non arriva il progetto di un altra gestione della risorsa più preziosa di tutte, arriva, in modo disordinato e cieco, irresponsabile nei riguardi dei danni che può provocare alle persone, il sabotaggio, questo tipo di “luddismo”. Perciò, invece che cercare “acquabomber” pazzi con gli occhiali a fondo di bottiglia e sbatterli in galera (anche se gli attentati alla salute pubblica vanno certamente sanzionati), bisognerebbe che governo e istituzioni locali si chiedano cosa possono fare, in concreto, perché l’acqua sia: a) assicurata a tutti; b) salvaguardata; c) risparmiata. Con il che, non solo il “luddismo” finirebbe, ma Nestlè e Danone (che possiedono la maggioranza delle etichette italiane di acqua minerale) la smetterebbero di imbottigliare e mettere in commercio quel che appartiene a tutti. Come alla fine ha dovuto ammettere anche il ministro della salute, Sirchia, “l’acqua del rubinetto è buona”.





