Il 10 dicembre è la giornata internazionale dei diritti umani promossa dall’Onu. Tra le giornate solenni e rituali, questa sarebbe una di quelle con un minimo di senso. Non solo perché, con ogni evidenza, i diritti umani vengono sempre più disattesi (calpestati) in ogni parte del mondo. Ma anche perché è arrivato il momento di declinarli in modo del tutto differente dal passato. E’ infatti nel lavoro, nelle relazioni sociali, nel diritto di cittadinanza, nell’aumento vertiginoso di cause per le quali tali diritti vengono negati che si gioca il futuro dell’altro possibile mondo.
Perché se è vero che i diritti umani non sono un in sé che vale per sempre e in qualsiasi contesto ma che vanno declinati dentro i differenti luoghi, esperienze, politiche e culture, è anche vero che non possono essere oggetto di mercanteggiamento, non ci acquistano o si perdono a pezzi. Non pesano un tanto al chilo. E questa è una recente acquisizione che rovescia le categorie classiche che vogliono un occidente progredito elargire modelli di diritti al resto del mondo. Non è così, come i rapporti sulla negazione di diritti nel progredito nord del mondo di Amnesty International o dell’Onu dimostrano. Forse l’iniziativa promossa dalla Cgil per la mattina del 10 alle 10 a Roma al Centro congressi di via dei Frentani suggerisce qualcosa in proposito: una riunione di delegati alla quale il sindacato invita il movimento italiano. Forse è solo una formalità nella formalità della giornata oppure, viceversa, una buona occasione per discutere a fondo dei diritti negati ai lavoratori precari e di nuove forme di reddito. Vale la pena provarci.





