L’imboscata

Giornali

Si chiama democrazia semplificata e prevede, insieme all’eclissi dei diritti sociali e alla ratifica del dominio dei mercati, il declino del pensiero critico. In grandi linee, il pensiero critico sarebbe quel processo che sviluppa la capacità di analizzare e interpretare le informazioni. Se però le informazioni circolano solo attraverso mezzi direttamente o indirettamente dipendenti dal governo, le capacità critiche scendono a zero, oppure si concentrano su quesiti epocali come: meglio il Nabucco o l’inno di Mameli?

Nell’era della democrazia semplificata, al governo del «fare» pare siano bastati sette minuti, quelli dedicati ad approvare il decreto che «sostituisce» la finanziaria, per decidere che del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione in Italia non c’è più alcun bisogno. Stiamo parlando dell’abolizione del diritto soggettivo all’accesso al sostegno pubblico per i giornali editi da cooperative, non profit e di partito. Quel diritto, nato proprio per garantire da un mercato particolarmente squilibrato il diritto dei cittadini a un’informazione plurale, assegna alle testate che ne abbiano i requisiti determinati contributi pubblici. Sarà il governo a dover provvedere, di conseguenza, ai fondi necessari.

Ieri, 21 luglio, mentre gli italiani preparavano le creme solari e i giornali si appassionavano per gli insulti di Bossi a Mameli, il ministro Tremonti ha tagliato quasi 200 milioni di euro in due anni ai giornali che usufruiscono, secondo la legge vigente, dei contributi pubblici diretti, cioè alle testate non profit, edite da cooperative di giornalisti o di proprietà dei partiti.
Ci sarebbe da discutere il metodo: un decreto. Attendiamo da tempo immemorabile una vera riforma del sistema, lo stesso sottosegretario alla presidenza del consiglio, Paolo Bonaiuti, ha annunciato un disegno di legge che prevede un impianto di norme assai differenti. Ci sarebbe da discutere l’ispirazione: nessuna volontà di fare pulizia in una giungla di testate che ricevono contributi per giornali che hanno appena qualche foglio, sono di proprietà di partiti inesistenti o di cooperative mascherate, non hanno mai visto l’edicola o non assumono lavoratori. Ma c’è da discutere, si fa per dire, soprattutto una scelta: la scure di Tremonti si abbatte esclusivamente sui contributi diretti risparmiando quelli indiretti, cioè quelli che nel 2005, attraverso i rimborsi postali, hanno consegnato 20 milioni di euro al Gruppo Mondadori, 17 al Sole-24 Ore e 13 alla Rcs. Sono i colossi dell’editoria italiana, diretta espressione di grandi gruppi economici e assai dipendenti dai poteri politici. Per loro, il governo di un paese allo stremo non prevede sacrifici.

Le nuove leggi della democrazia semplificata confermano un’ispirazione chiara: punire i poveri. A qualcuno, anche tra i nostri lettori, questo sembrerà il solito allarme. Sarebbe un errore piuttosto grossolano giudicare così la nuova imboscata estiva che, una volta completato il suo iter, condannerebbe alla chiusura almeno una trentina di testate, da Carta a Rassegna sindacale passando per il manifesto e l’Avvenire. È vero, è capitato qualcosa di simile, seppur in versione omeopatica, sia con i precedenti governi del centrodestra che con quelli di centrosinistra. Tuttavia, come indicano chiaramente le bufere che investono i migranti, i medici o gli insegnanti, la democrazia semplificata ha raggiunto ora un grado ben più elevato di maturazione. E per l’informazione, pietra angolare della qualità della democrazia italiana, si procede a vele spiegate. Un esempio? Ecco il commento ai tagli sui contributi diretti di Carlo Malinconico Castriota Scanderberg, il nuovo presidente della Fieg, la federazione degli editori, nota come la Confindustria dei giornali, anche perché i proprietari di soli giornali, cioè gli editori «puri», lì dentro sono più rari dei pinguini al polo nord. «Il governo ha giustamente sottolineato la necessità di valorizzare i contributi indiretti [quelli ai colossi dell’editoria, ndr], sono più market friendly», ha detto Malinconico. Per semplificare.

Mediacoop, Editoria: Appello al Senato, impedisca la falcidia del Pluralismo

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