Dopo l'Arcobaleno

Paolo Ferrero, il segretario di Rifondazione, l’ha chiamata «la fine della ritirata»: la manifestazione di sabato è stata bella, sono arrivati da tutta Italia in 300 mila. Sarebbe una notizia, che 300 mila persone di nuovo si sono mosse per sfilare contro il governo Berlusconi, ma i giornali e la televisione non se ne sono accorti. Quando è andata bene, a parte naturalmente il manifesto e Liberazione, lo spazio dedicato alla manifestazione di sabato è stato diviso, in parti nemmeno uguali, con l’altra piazza, quella semivuota chiamata da Di Pietro.
Ma tant’è. Certo è un po’ strano il destino di questo 11 ottobre, riempito di gente allegria ed entusiasmo nonostante mesi di silenzio, depressione e rabbia, e soprattutto nonostante la guerra ad altissima intensità che si combatte dentro i partiti o ciò che ne resta.
Avrebbe potuto, una giornata così, portare un po’ di vivacità e forza alla sinistra «ferita e franta» [Ingrao]. Avrebbe potuto, ma invece mentre per le strade di Roma camminavano in tanti– i partiti tristemente «extraparlamentari» e in mezzo il grande spezzone di studenti medi, e poi gli statali, la Fiom, i precari, i migranti anche da Castel Volturno, gli operatori sociali, i sindacati di base, la Valle di Susa, i no dal Molin e tanti altri- davanti si accalcavano «i dirigenti» ex e post arcobaleno, un po’ spaesati. Impegnati, come se nulla fosse, a lanciarsi quelle che i giornali chiamano «frecciate»: sul futuro [coordinamento sì o no?] ma anche sulla piazza e sugli stessi manifestanti [ma c’erano più «comunisti-comunisti» o «di sinistra democratici e rigorosi»? Perché i «comunisti-comunisti», di chi sono?]. Dubbiosi: a chi parlano, tutte quelle bandiere rosse?

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