Nazi-riot

Bisogna stare molto attenti ai primi arresti e alla rabbia che è generata dopo la parziale assoluzione del poliziotto che ha ucciso Gabriele Sandri. Dopo Genova 2001, la morte negli stadi e le pallottole vaganti negli autogrill, le campagne sulla sicurezza e la xenofobia che unisce i palazzi del potere alla pancia delle città, che ne è della vecchia invettiva pasoliniana dei poliziotti «figli dei poveri» costretti a scontrarsi con i «figli di papà» di «eletta tradizione risorgimentale»? In altri tempi, le storia nere riguarderebbero solo la manovalanza del Viminale, manodopera all’interno delle istituzioni utile alla bisogna. Ma la rabbia che viene fuori dalla debole condanna all’uomo che ha ucciso Gabriele Sandri disegna uno scenario più inquietante. Perché come molti osservatori del fenomeno ultrà hanno notato ormai le forze dell’ordine vengono recepite dalle tifoserie organizzate come una «terza tribù», che gioca la stessa partita che si disputa ogni domenica tra tifoserie avverse e che spesso parla lo stesso linguaggio ideologico dei nazi-rioters di Ponte Milvio, la zona romana della movida nera dove qualche settimana fa vennero lanciate delle banane contro il povero Balotelli.
Stiamo parlando di un quartiere borghese. Il disagio e l’incoscienza delle periferie, la smodata ambizione consumistica delle televisioni e dei settori sociali frustrati e sottoproletari hanno fatto breccia nella borghesia. È il contagio descritto in due diversi romanzi-realtà usciti di recente di Walter Siti e Carlo Bonini: droghe traversali [la cocaina, che un tempo era uno status symbol dei ricchi viveur e oggi dilaga anche nelle periferie], i consumi culturali uniformi [quelli dettati dalla televisione] e ideologie comuni [l’egoismo dei fascismi, più o meno postmoderni] segnano il contagio reciproco e spaventoso che rischia dare vita a una situazione a tratti spaventosa. In cui persino la rivolta nelle strade proviene da destra.

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