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a vita della giovane democrazia mauritana, solo poco più di un anno fa presentata come modello di transizione pacifica per il continente, è stata interrotta ieri mattina. Quando un gruppo di militari, guidati dal capo di stato maggiore e comandante della guardia presidenziale, Mohammed Ould Abdel Aziz, ha assunto il controllo del palazzo presidenziale, interrotto le trasmissioni radio e tv, chiuso l’aeroporto della capitale e arrestato il presidente della repubblica Sidi Ould Cheikh Abdallahi e il premier Yahya Ould Ahmed Waghf.
Un colpo di stato incruento, subito condannato da Unione Africana, Unione Europea e Stati Uniti. Avvenuto, secondo quanto riferito alla France Press dal portavoce del presidente, Mahmadou Ba, in risposta alla decisione di Abdallahi di destituire Abdel Aziz e altri alti ufficiali dagli importanti incarichi che ricoprivano. “Il presidente ha emesso questa [ieri, ndr.] mattina un decreto in cui affidava ad alcuni nuovi ufficiali gli incarichi per la guardia presidenziale, lo stato maggiore nazionale e la guardia nazionale”, ha raccontato Ba. Gli ufficiali rimossi, guidati da Abdel Aziz, “si sono rifiutati di obbedire e hanno violato l’ordine costituzionale. Non c’è stata violenza, perché sono tutti elementi che garantivano la sicurezza del presidente”, ha aggiunto il portavoce di Abdallahi. Che, secondo notizie filtrate durante la giornata dalla capitale Nouakchott, sarebbe tenuto in custodia in un edificio della guardia presidenziale. Waghf, invece, si troverebbe in una caserma vicino alla presidenza.
La tv di stato ha ripreso le trasmissioni solo per permettere al ministro della comunicazione Abdellahi Salem Ould El Moualla di leggere un comunicato redatto dal nuovo “Consiglio di Stato” in cui si sono riuniti i militari golpisti. Una nota che, senza dare indicazioni sulla composizione del neonato organo esecutivo, ha invece dichiarato “nullo e senza effetto” il decreto presidenziale sulle nomine ai vertici dell’esercito firmato prima del golpe da Abdallahi.
Tutto sembra quindi indicare che il colpo di stato sia il frutto di uno scontro al vertice del potere in corso da qualche mese. Solo martedì 48 parlamentari erano usciti dal partito di maggioranza, dopo aver votato la sfiducia all’esecutivo di Waghf, a cui Abdallahi aveva rinnovato l’incarico in seguito a una precedente crisi di governo a inizio luglio. Nelle ultime settimane lo stesso Abdallahi era finito sotto il fuoco del parlamento, dopo che 69 deputati su 95 avevano votato una mozione in cui chiedevano le sue dimissioni, giustificate da accuse di corruzione e malgoverno.
Non è la prima volta che il potere passa nelle mani dei militari nell’ex colonia francese dell’Africa nord-occidentale. Il 3 agosto 2005 un gruppo di 17 alti ufficiali, guidato dall’allora capo dei servizi segreti Ely Ould Mohammed Val (ma di cui faceva parte anche Abdel Aziz), aveva spodestato il presidente Maaouya Ould Taya, in sella dal 1984. Con l’intento, subito dichiarato, di rimanere al potere due anni, tempo ritenuto necessario a indire libere elezioni e passare così lo scettro a un governo civile.
Il calendario elettorale è stato rispettato alla perfezione. Nel 2005 la giunta militare ha indetto un referendum costituzionale con cui è stato introdotto il limite dei due mandati presidenziali. Poi, nel novembre dello stesso anno, si sono svolte le elezioni amministrative e legislative. Infine, nel marzo 2006, per la prima volta dall’indipendenza nel 1960, i mauritani si sono recati alle urne per eleggere liberamente il presidente della repubblica. Una transizione riuscita quindi, grazie anche alla norma, introdotta dallo stesso Val, che impediva ai membri del suo Consiglio militare per la giustizia e la democrazia di presentarsi alle elezioni.
A uscire vincitore dal secondo turno delle presidenziali era stato Abdallahi, un passato di studi scientifici e incarichi ministeriali, ma anche di arresti domiciliari per essersi opposto al presidente Taya. E un compito non certo facile, visto che la Mauritania, un anno fa come ora, è un paese estremamente povero e arido, con la piaga della schiavitù da estirpare, dei piccoli ma attivi nuclei di islam radicale e una recente ricchezza petrolifera (20mila barili prodotti quotidianamente contro il 75mila inizialmente previsti) che però non basta a rilanciare l’economia del paese.
Il primo anno di Abdallahi alla guida del paese era sembrato promettente, sia sul piano della lotta alla schiavitù, sia per la decisione di coinvolgere nel governo l’opposizione islamista moderata, mettendo così ai margini i radicali. Ma evidentemente qualcosa è andato storto. O almeno questo è stato il giudizio di buona parte dei parlamentari mauritani. E anche dell’esercito, che all’attacco frontale di ieri mattina ha reagito deponendolo.
Questo articolo è stato pubblicato oggi anche da il manifesto
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Salviamoci! …ma da che cosa, verrebbe da chiedersi. La storia è lunga e particolare e per salvarsi occorre usare la testa, pensare attraverso schemi diversi, riorganizzare il pensiero. La canapa è al centro della storia del corto/documentario Salviamoci. Due generazioni a confronto, due forme di pensiero.. o forse no!



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