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Già da tanto tempo Mahmoud Darwish aveva assunto il ruolo del Poeta. Il Poeta Nazionale palestinese, il poeta di un popolo ma non di uno Stato, che ancora non c’è. Il suo era già un ruolo consolidato, ma non per questo Darwish era considerato vecchio. Non si è vecchi, nel Terzo Millennio, a 67 anni, l’età in cui Darwish ha lasciato questo mondo, per le complicazioni seguite a un’operazione al cuore in Texas. Più di Edward Said, perché Poeta, Darwish aveva rappresentato (e rappresenta) l’identità palestinese, per i palestinesi dei Territori occupati, per i profughi, per la diaspora, per gli arabo-israeliani: lo aveva dimostrato pochi mesi fa, quando aveva ottenuto il permesso dalle autorità israeliane di fare un recital di poesia a Haifa, l’Evento, per gli arabo-israeliani, per i quali quella serata – in cui vi fu un religioso e appassionato silenzio, concordano tutti i testimoni – è stata la festa dell’orgoglio palestinese.
Come Edward Said, aveva avversato gli accordi di Oslo. La storia gli ha dato ragione, anche se concordo con un mio caro e fraterno amico, che non si può interpretare il reale valore di un evento della storia (e dunque anche Oslo) ex post. Darwish era stato durissimo con Fatah e Hamas (soprattutto con Hamas) quando la politica palestinese aveva spaccato Cisgiordania e Gaza, nel giugno del 2007. Era dunque intervenuto come sempre nella politica, continuando il suo ruolo del Poeta, quindi impegnato. Ma Darwish va ricordato, per noi che non siamo palestinesi, anche per la forza dei suoi versi, quelli che parlano dell’esilio, quelli che parlano della terra, delle lacrime, della nostalgia. Con le parole che ha detto alla Reuters Ahmed Fouad Negm, il più grande poeta popolare egiziano, ormai anziano e malato, Darwish “translated the pain of the Palestinians in a magical way. He made us cry and made us happy and shook our emotions,” ma “apart from being the poet of the Palestinian wound, which is hurting all Arabs and all honest people in the world, he is a master poet”. Master Poet, cantato, per esempio, dal grande Marcel Khalife (grazie Sahera, per la segnalazione di questo video su YouTube). Papabile per un Nobel, da anni. Tradotto in tutto il mondo, anche in ebraico, per i tipi della Andalus di Yael Lerer, che quest’anno è stata invitata al Festival della Letteratura di Mantova.
Non sarà sepolto vicino al Birwa, suo paese natale vicino Acco. Sarà sepolto domani a Ramallah, con tutti gli onori che si riservano alle grandi figure di un popolo. Onori simili a quelli riservati a Yasser Arafat.
dal blog di Paola Caridi Invisible arabs
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Salviamoci! …ma da che cosa, verrebbe da chiedersi. La storia è lunga e particolare e per salvarsi occorre usare la testa, pensare attraverso schemi diversi, riorganizzare il pensiero. La canapa è al centro della storia del corto/documentario Salviamoci. Due generazioni a confronto, due forme di pensiero.. o forse no!



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