«Lettera al Padre» di LABit

Labit-lettera
Gabriele Linari

Il nuovo spettacolo di LABit, che cade proprio nell’80esimo anniversario della morte di Kafka, si basa su uno dei testi più sentiti dello scrittore praghese, la lettera che Franz scrisse al padre cinque anni prima di morire. La lettera, a causa del timore che la figura paterna suscitava in Kafka, fu recapitata alla madre, la quale non la consegnò mai per paura della reazione che avrebbe provocato. In questo testo fortemente personale Kafka riesce a cogliere aspetti del rapporto genitori-figli che vanno al di là della propria vicenda privata, andando a scavare negli interstizi di questo rapporto, là dove non è codificato socialmente e lascia intravedere interrogativi irrisolti.
La versione che ci propone Gabriele Linari è un monologo costellato di altri testi kafkiani, da Odradek al Gragor Samsa della metamorfosi, dove più forte è l’eco dell’esperienza autobiografica del rapporto col padre. Grazie all’estrema facilità con cui Linari riesce a creare immagini semplicemente giocando con gli oggetti di scena – un cavalluccio a dondolo, dei libri che diventano figli sballottati nelle mani di un padre autoritario – lo spettacolo ricostruisce anche visivamente gli stati d’animo dello scrittore praghese, il suo voler comunque e disperatamente trovare un canale di comunicazione con il padre, il suo tentativo accorato di fargli scorgere il proprio mondo di paure, debolezze, un mondo in contrasto con la fiera compattezza del padre, ma che pure è intimamente parte del figlio.
A abbellire ulteriormente l’ottima interpretazione di Linari, le musiche di Jontom (che collabora con LABit fin dagli esordi) e l’utilizzo delle luci che – in una rara pulizia tecnica che si traduce in profonda suggestione – riesce a traghettare il Kafka di Linari dalla disperazione all’ironia, dal sarcasmo al pianto, fino alla sintesi di questo rapporto sofferto, esposto in una frase da un Kafka dondolante – grazie ad una scala – tra lo stato di crocifissione e quello di angelo dalle ali di alluminio: “Ciò che mi turba ti tocca appena… ciò che per te è innocenza per me può essere colpa, ciò che per te non ha conseguenze può annientarmi”.

Visto a Roma, Astra Occupato, 12 marzo 2004

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