Quando la linea non c'è

Una chiacchierata senza confini con la voce di C.c.c.p. e C.s.i. sulla musica, la politica, la pace, la guerra, la tecnica, la terra e altre cose ancora, aspettando l'uscita del nuovo cd dei P.g.r., il suo nuovo progetto musicale.

Ferretti
Giovanni Lindo Ferretti

Incontriamo Giovanni Lindo Ferretti nella sua casa natale di Cerreto Alpi, vicino Reggio Emilia, dove, da qualche anno, è tornato ad abitare insieme alla mamma e allo zio. «Questione di radici e memoria», spiega, mentre, gustando del buon vino rosso, ascoltiamo in anteprima l’ultimo lavoro musicale dei Pgr [Per grazia ricevuta], «D’anime e d’animali» [uscito il 2 luglio per la Universal]. Un ottimo pretesto per una chiacchierata senza confini sulla musica, la politica, la pace, la guerra, la tecnica, la terra e altre cose.

Come nasce questo disco?

Da una reazione all’ultimo concerto dei Pgr dello scorso dicembre, quando ci siamo accorti che quella storia non funzionava: troppo complicata, non viveva più. Venivamo da un periodo difficile, Francesco Magnelli e Ginevra di Marco [ex tastierista ed ex voce del gruppo, Ndr.] se ne erano andati, e avevamo qualche problema. Sono ripartito dal piacere della musica, nel senso più ampio del termine; mi son detto: «Io sono il padrone delle parole, se trovo le parole giuste posso raccontare il mio mondo e i suoi cambiamenti». La prima canzone racconta il passato, il ricordo più bello dei Pgr; poi, sospinto da un’idea pre-musicale, ho deciso di raccontare la complessità del mondo partendo da una «tammorra», che segna l’inizio del presente. Così, ho scritto tutte le canzoni in fila, come una storia che tiene un filo dall’inizio alla fine.
Al primo ascolto, il disco esprime una gran voglia di suonare e di cantare, senza inutili orpelli. Quanto delle tue scelte di vita personali entrano in queste canzoni?
Tutto. La scelta del luogo in cui suonare racconta già molto di questo lavoro, in cui è evidente una grande energia. In passato, in questa casa era stata composta solo la canzone «Inquieto» per i Csi, mentre fuori, nell’aia, era stata pensata e cantata «Amandoti», per i Cccp. Ero troppo stanco per spostarmi. Era gennaio e dissi agli altri che solo qui avrei potuto comporre. Il pezzo «Orfani e vedove» poteva nascere solo in questa casa, perché io sono un orfano figlio di una vedova: occorreva essere qui per dire delle cose sgradevoli.

C’è una frase della canzone che dice «non posso non amare il popolo ebraico»…

Ero comunista del Pci emiliano, il miglior buon governo cittadino. È per me un dovere amare il popolo ebraico, lo stato d’Israele»: è il verso che mi ha creato più problemi di tutto il disco, perché due terzi della sinistra è in realtà antisionista, come un dato di fatto, al di là di qualunque pretesa ideologica.

Qual è il modo migliore per amare il popolo ebraico?

Sono tanti quanti le persone che lo amano. Tieni conto che nella mia vita ho avuto un solo processo penale, da giovane, quando facevo l’estremista. Sono stato fortunato, non sono mai stato un criminale, ma capita che per una svista della fortuna ti ritrovi in storie che non ti appartengono. Ebbene, una volta venni denunciato per vilipendio dello stato ebraico, perché stavo affiggendo, illegalmente, dei manifesti per Al Fatah. Con mio grande scorno, venni difeso gratuitamente da una persona che stimavo molto, l’avvocato Finzi, l’ultimo grande ebreo di Reggio Emilia. Con imbarazzo gli dissi che io avevo fatto ciò in cui credevo profondamente. Lui mi rispose che con il tempo avrei compreso che il mondo è molto più complesso di quello che pensavo.

Sono passati quasi venti anni da «Socialismo e barbarie»: quanto è ancora «sazia e disperata» la tua Emilia?

Beh, è cambiata di molto, ma, allora, aveva ragione monsignor Biffi nella sua definizione. Sono due aggettivi che alludono a due ambiti diversi: il primo attiene alla vita quotidiana, ad uno stato di soddisfazione materiale: chi ti definisce sazio, fa onore a te, alla tua storia, a chi ti governa. Vuol dire che nella tua terra tutti hanno da mangiare, tutti vivono un benessere accettabile. Cazzo, si tratta di un grande complimento! Quanti posti al mondo possono definirsi sazi? «Disperata», invece, si riferisce ad un atteggiamento proprio dell’anima e non del corpo. Alla fine, un’intelligenza clericale ammetteva una doppia sconfitta: i bisogni primari erano soddisfatti dal governo locale; l’anima, inquieta e malmessa, era il fallimento della «competenza» dei preti.

Cccp – Fedeli alla linea. Cosa resta di quella scelta?

Senza quell’inizio, qualsiasi pensiero venuto dopo non avrebbe alcun valore. Ma quel mondo non esiste più. Ora ti dirò una roba orribile: quando è crollato il Muro di Berlino, noi da subito ci siamo sentiti orfani. Finché c’era il Muro, tutto era chiaro, si poteva reggere, c’era una chance. Il «socialismo reale» ha avuto delle opportunità incredibili e le ha perse tutte. Fino a quel momento, pensavamo di non buttare via il bambino con l’acqua sporca. In realtà, ci accorgemmo che l’acqua era sporca e che il bambino era un feto imbalsamato, un morticino. Bisognava buttare anche la bacinella. Per ricostruire una via d’uscita, andai in Jugoslavia, martirizzata da tutti i nodi irrisolti della storia europea; lì incontrai il peggio della coscienza cattolica, di quella pacifista e di quella di sinistra.

Nel 1999, in piena guerra del Kosovo, fece scalpore un tuo intervento a favore dei serbi.

Lì si scontravano tre nazionalismi: croato, serbo e musulmano di Bosnia-Erzegovina. Fra i tre, i serbi erano i migliori, per quanto è possibile essere migliori in un mondo infame, fondato sugli odi, sull’ostracismo, sulle ripicche quotidiane. Cinquant’anni di comunismo titino avevano garantito un periodo di pace che, al di là della collocazioni politiche, nazionali e religiose, è stato poi rimpianto da tutti. Imploso quel mondo, sono riaffiorate le stesse tensioni e gli stessi problemi di mezzo secolo prima. I serbi erano la componente più grande della Jugoslavia, quella che ha pagato di più, da ogni punto di vista, perché la Jugoslavia esistesse. Appena lo scenario è cambiato, sono diventati oggetto di una campagna di criminalizzazione promossa e sostenuta dall’intero occidente, dalle sinistre europee e dal Vaticano, che hanno appoggiato le forze fondamentaliste islamiche in Bosnia e in Kosovo e le formazioni cattoliche reazionarie in Croazia.

Una volta hai detto che Kreuzberg, a Berlino, è il cuore della nuova Europa: l’incontro tra punk e cultura turca.

Quando in Europa c’erano pochi immigrati, Berlino era già la città con il numero maggiore di cittadini turchi al di fuori della Turchia. Bisognava fare i conti con un fenomeno che iniziava a cambiare il volto e la storia del continente. Viviamo in un mondo senza barriere, la gente passa, che tu lo voglia o no. I mondi vanno avanti così. Questi piccoli paesi del crinale erano paesi celtici; hanno retto tutto, l’Impero romano e le invasioni barbariche. Poi sono arrivati i longobardi e hanno dovuto patteggiare. Conviene far sposare i figli e le figlie, e tentare di costruire una nuova comunità che, dopo duecento anni, ti permette di superare il problema.

Nello scontro della guerra fredda, voi contrapponevate la «plastica» dell’occidente all’«acciaio» dell’est, scegliendo quest’ultimo. Una scelta perdente.

Sicuramente ha vinto la plastica. Non lo dico con piacere, ma è andata così. Cambiato lo scenario, è cambiata anche la considerazione delle singole parti. E si scopre che anche la plastica è molto più complessa e contraddittoria. Gli errori ed orrori di questa guerra infinita lo stanno dimostrando. Una guerra che vede contrapposte una parte minoritaria ma non indifferente dell’Islam e l’intero occidente. Un conflitto che non ha la sua origine nell’11 settembre, quella è stata solo una battaglia. La guerra, secondo me, ha inizio simbolicamente con l’abbattimento dei due grandi Buddha in Afghanistan. Senza dimenticare, naturalmente, che Al Qaeda, inventata, finanziata e foraggiata per combattere i russi in Afghanistan, è il prodotto mortale dell’apprendista stregone: l’occidente.

Nella tua storia artistica e personale, si coglie un’ambivalenza di fondo. Da una parte, una capacità di prefigurazione, quasi visionaria, delle grandi trasformazioni; dall’altra, la difficoltà di seguire questi cambiamenti.

Ognuno prova a fare quel che può! Non ho ricette né soluzioni per nessuno. Il mondo è un po’ più complesso: penso che esista uno spazio che attiene alla cultura, uno alla musica, uno alla poesia e uno alla politica. Non esiste nessuno spazio che li contenga tutti. Ognuno è giudicato dalla parte che fa. L’importante è che io continui ad essere onesto con me stesso, probabilmente non sono in grado di fare di più. Io non salvo la vita a nessuno. Per una serie di accadimenti fortuiti e per la mia volontà campo da venticinque anni scrivendo canzoni, c’è tanta gente che mi segue e mi stima, alcune volte è d’accordo con me altre volte no, comunque mi riconosce una dignità che ho avuto modo di dimostrare nel tempo. Mi sento dentro una condizione assolutamente normale. Forse ho avuto la capacità di trasformare in poche parole le cose che tanti trovano interessanti per la comprensione della realtà. Ma non è detto che io possa o voglia far dell’altro. Spesso ho pensato di dedicarmi alla politica, un altro grande mio amore, ma dovrei abbandonare il mestiere di cantante. E non sono sicuro di guadagnarci, né io né gli altri…

Come facevi a cantare «meriti molto di più di un posto garantito, che non avrai» e poi scegliere, nel 1987, la tessera del Pci, un partito impermeabile a quelle parole?

Perché quel partito, comunque, capiva il senso della storia. Il Pci ha garantito alla mia terra – una zona poverissima di braccianti, carriolanti, mezzadri, pastori senza terra – uno sviluppo e una cura della comunità affatto scontati. Quando dico che «sono geneticamente di sinistra», lo affermo perché vivo su un crinale tra la Toscana e l’Emilia Romagna, cioè il cuore della sinistra italiana. Non è una sinistra ideologica, è una sinistra capace di governare un territorio, di far aumentare in maniera inverosimile il benessere. Poi non è in grado di renderlo felice, ma questo non è il compito della politica.

Sembra quasi una facoltà «antropologica».

Sì, nel senso più alto del termine. Non c’è dubbio che, se qui si è affermato un modello che in gran parte del mondo si è rivelato un abominio, significa che qualcosa, da queste parti, ha fatto la differenza. Nel dopoguerra, gli emiliani si sono legati ad un’ideologia, il marxismo-leninismo, che viveva in una perenne dissonanza dal reale. Noi non ce ne accorgevamo, perché la nostra storia materiale era diversa. Rispetto alla capacità di governo, l’Emilia è stata perfetta. In seguito, davanti alle trasformazioni globali – il fenomeno delle migrazioni in primo luogo – il sistema ha cominciato a franare sotto il peso delle sue perfezioni. Io, da ragazzino, ero di Lotta continua, mica del Pci. Ma quel mondo ci apparteneva. La nostra scuola era davvero pubblica. Io sono stato operato quattro volte e se mi dicessero «Ti mandiamo a curare a Dallas», gli dico [Giovanni fa il gesto dell’ombrello, Ndr.] che stono fuori, io scelgo Reggio Emilia.

Eppure, è un mondo morto e sepolto.

Sì. Nel giro di pochi anni, Reggio Emilia, cittadina benestante più di ogni immaginazione, si trova al centro di un flusso straripante di nuovi occhi, colori, facce e culture provenienti da chissà quali mondi, giunte qui per rifarsi una vita. Non ci sono stati atteggiamenti negativi, Reggio si è confermata la città a più alta integrazione, con il maggiore numero di matrimoni misti d’Italia. Da secoli, siamo abituati all’uguaglianza. Il comunismo nasce con Napoleone e la rivoluzione francese. Queste sono le mie origini, che hanno modellato le generazioni a venire.
Da un po’ di tempo, coltivando la passione per la musica popolare, lavoro piacevolmente con Ambrogio Sparagna. Una volta gli ho chiesto come fosse possibile che due persone con radici storiche tanto diverse potessero andare d’accordo. Mentre da queste parti si faceva la rivoluzione francese, lui era sanfedista; quando noi eravamo partigiani, lui era già stato liberato dagli alleati; a lui piace il sole e il mare, alla mia famiglia piace il freddo e la nebbia. La musica fa di questi miracoli: se lui mi fa un giro musicale, io so già cosa cantarci sopra. Ci sono alcune strane plaghe in Italia in cui io mi sento a casa mia, in cui ritrovo un mondo complesso e ricco fatto di vecchi, bambini, animali, campi da coltivare, riti e cerimonie di comunità. È il caso del Salento.

Quel modello, però, non è stato solo buona amministrazione. È una cultura che nel ’77, nella Bologna dell’assassinio di Lorusso, segnalava la distanza, anche fisica, di due concezioni della politica e della società.

Nel giorno dei funerali di Francesco, io stavo nel corteo del movimento contro il Pci. Io ero un estremista, Francesco era un mio amico, abitavamo vicino; in quel periodo ero malato e lui, studente di medicina, mi faceva le punture. La mattina, poi, andavamo a distribuire il nostro giornale davanti all’università. Ma questo non mi impedisce, ora, di riconoscere un valore importante a quel modello, con i suoi limiti e le sue ricchezze. Purtroppo, non si può governare senza divenire stato, senza gestire la polizia, la forza pubblica, riscuotere le tasse. Noi confliggevamo con quel mondo, non per cancellarlo ma per renderlo migliore.

Tre anni fa, durante un «reading» a Roma, dicesti che l’utilizzo di Ogm «serviva a combattere la fame nel sud del mondo». Ne sei ancora convinto?

Si tratta di un problema aperto. Al contrario del mondo in cui sono cresciuto, io sono un grande sostenitore della scienza e della tecnica. Dopodiché, allevo cavalli arcaici e vivo in una casa in campagna dei miei vecchi. Fumo cinquanta sigarette al giorno, da cinque anni bevo buon vino rosso, mangio pane, olive, formaggio, prosciutto e carne cruda. Con le terapie naturali, io sarei morto a quattordici anni. Nella mia vita ho avuto quattro grosse operazioni, l’ultima per un tumore ad un polmone. Io sono vivo grazie alla chirurgia occidentale. Poi, è vero, faccio di tutto: prego la madonna e mando giù le pillole dei buddisti. Quando ci sono dei problemi, bisogna intervenire, assumendosi delle responsabilità. Se tu puoi salvare una popolazione grazie ad una tecnica, io non riesco a dire di no. Servono poche regole chiare.

A metà anni novanta, il progetto «Materiale resistente» segnalò un’urgenza nei confronti della memoria storica.

Da queste parti, come si suol dire, teniamo tutti famiglia. Tanto tempo fa scegliemmo di non essere servi, di essere uomini liberi. A volte è andata bene, altre volte male. Noi non siamo pacifisti senza se e senza ma. Esistiamo perché abbiamo preso le armi. Dei pacifisti e dei mondi che tu mi racconti colgo la complessità, ma in realtà li temo e per questo me ne tengo lontano. Se li dovessi analizzare direi che la filosofia pacifista ricalca quella dell’Uomo Qualunque del dopoguerra: «Io mi faccio i cazzi miei, io non ti disturbo, tu non disturbarmi». E no, noi siamo figli di partigiani. La sinistra esiste perché, ad un certo punto, ha preso le armi in pugno, dicendo: «Adesso basta».

Qual è il tuo rapporto con il mondo statunitense e che giudizio dai di quello che molti definiscono «Impero»?

Dall’11 settembre, ho cambiato ogni pensiero sull’America. L’Urss non c’è più, il comunismo è finito, io sono orfano e, siccome non mi faccio adottare, rimango per conto mio, ma devo confrontarmi con quello che è successo. L’Impero, in senso politico, si confermerà soltanto se gli Usa vinceranno la guerra contro il fondamentalismo. Esiste un Impero economico ma è un Impero tecnico, e la tecnica può morire per un coltellino al collo della persona più importante che c’è. Occorre vedere come finisce la guerra.

Non sarebbe il caso di disertarla, questa guerra?

Gli americani sono meno di ciò che noi abbiamo bisogno che siano. La conduzione della guerra in Iraq è stata spaventosa per mancanza di conoscenza, di intelligenza, di capacità. Quando escono fuori le foto delle torture, pornografia allo stato puro, ecco che ti accorgi che forse l’occidente si merita di morire. Il problema che la guerra esiste, non è una macchinazione di chissà chi, anche se conosciamo benissimo genesi e responsabilità. Ma questo non basta più: in occidente nessuno accetta questo dato e chi l’accetta è così stupido che lo peggiora. Se gli Usa perdono noi non esistiamo più.

Ma allora, cosa faresti, se fossi un ragazzo al tempo della guerra infinita?

Se qualcuno ha una storia alle spalle che riconosce ancora, gli consiglierei di tornare a casa. Uscite dalle città, tornate ad abitare le montagne, costruitevi le famiglie, per quelle che sono, senza alcuna accezione ideologica o morale: parlo di una casa, un focolare, un luogo in cui ci si aiuta, si vive insieme, si fa al meglio il proprio lavoro. Se non avete una casa, cazzo, non fermatevi dove siete, il mondo è tutto aperto. Se non avessi una casa, andrei a vivere in Sudafrica, in Canada, in Cina o in Mongolia. Magari trovo una donna incantevole che mi sposa e tra vent’anni ho tremila cammelli.
Perché restare a vivere in periferia a Reggio Emilia: per uno stipendio garantito che non avrai?

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