Una donna accarezza il figlio, un ragazzino di dodici anni che dorme, e contemporaneamente lo rassicura che il padre tornerà, consolando anche se stessa. Così inizia Wend Kuuni, primo lungometraggio del regista del Burkina Faso Gaston Kaboré, noto in tutto il mondo e quest’anno maestro di «Panafricana. Le mille Afriche del cinema» a Roma, giunta faticosamente alla settima edizione. Wend Kuuni, film del 1982, racconta una storia burkinabè ambientata all’inizio del XIX secolo, prima della colonizzazione francese. Il giovane Wend Kuuni, rimasto orfano, è adottato da una famiglia di un tranquillo villaggio mossi, diventando a tutti gli effetti, il loro figlio maschio. L’altra figlia, Pognéré, stabilisce fin da subito uno stretto legame con il fratello adottivo, per il quale diventa una figura di riferimento e fiducia dai tratti magici. Pognéré sogna Wend Kuuni che ritrova la parola persa per lo shock di vedere la madre morta dopo i maltrattamenti subiti dagli abitanti del loro villaggio, sicuri che la donna fosse una strega. La donna aveva rifiutato di seguire la tradizione, decidendo di non sposare il fratello del marito ormai partito per la caccia e non più tornato. Weend Kuuni riprenderà la parola quando vedrà un abitante della sua nuova comunità morto, in una sorta di catarsi psicoanalitica che gli permetterà di superare, almeno in parte, gli ostacoli di una storia personale già molto difficile.
Gaston Kaboré divenne improvvisamente ed inaspettatamente famoso per questo film, specchio della cultura del suo paese. Il Burkina Faso è uno dei luoghi più importanti della cinematografia africana per il Fespaco, il Festival del cinema panafricano che ha al suo attivo venti edizioni: il momento forte fu il rilancio rivoluzionario dato al Festival dal presidente Thomas Sankara, con cui Kaboré discuteva e che, riconosce il regista, ha permesso che quest’importante rassegna biennale diventasse una festa per il popolo. Kaborè sostiene che forse è diventato famoso per caso, dato che l’Africa non ha tanti registi: la notorietà lo ha coinvolto in una vita eccezionale, portandolo in tutto il mondo. Kaboré ha dimostrato che la sua opera ha senso nel dar voce a un’Africa ancora viva nonostante la violenta avanzata della cultura occidentale e del pensiero unico. L’Africa dei villaggi rurali dove la vita è fatta di semplicità di rapporti umani, improntata su valori assolutamente non moderni come la solidarietà, il senso della comunità. Durante questi venticinque anni, Kaborè ha lavorato ad alcuni documentari, «pochi perché è difficile farsi finanziarie questo tipo di lavori», non molto appetibili per il mercato televisivo che anche in Burkina condiziona la produzione artistica. Gli altri suoi lungometraggi continuano ad indagare il rapporto tra uomo e natura, tra cultura e cambiamento, mantenendo la descrizione armonica e dei particolari che caratterizza tutte le sue opere. Alla regia, Kaborè ha sempre unito la sua formazione di storico per affrontare i temi trattati dai suoi film con una base scientifica, non lasciando la narrazione al caso o al solo fascino del racconto, tenendo sempre però presente l’importanza delle emozioni, «che permettono allo spettatore di riconoscersi nel film, facendolo suo». Contemporaneamente, ed anche per la cecità progressiva che lo affligge, Kaboré ha lanciato una scuola di cinematografia a Ougadougou, la capitale burkinabè, che promuove la specializzazione in un settore che dovrebbe essere in espansione anche nel continente più povero del mondo. Imagine, questo il nome della scuola in omaggio alla famosa canzone di John Lennon, promuove l’arte cinematografica, costituendo uno dei pochi esempi di formazione superiore del settore a livello continentale. Merito di questa settima edizione di Panafricana è di aver reso possibile al pubblico romano di incontrare questo grande maestro, nonostante la precarietà che accompagna l’importante rassegna culturale, minacciata dall’incertezza dei contributi pubblici che l’attuale amministrazione romana sposta su festival nazional-popolari come la Festa del Cinema veltroniana.






