L'Iraq di MacPherson

«Un’arma di raggiro di massa». Potrebbe essere il sotto-titolo per il romanzo «Questione di tempo» [348 pagine,18 euro] di Malcom MacPherson che Cargo, piccolo editore napoletano gemellato all’Ancora del Mediterraneo, manda in libreria proprio in questi giorni.
Un eccellente esempio di fanta-politica, molto avventurosa, con protagonisti sgangherati e mascalzoni al punto da strappare un sorriso, qualche efficace flebo di humor nero. Sullo sfondo lui, il bugiardo-record, Gorge Bush junior. Pochi giorni fa il «Center for pubblic integrity» ha pubblicato un dettagliato studio [non proprio tempestivo però] dimostrando che l’amministrazione Bush diffuse, prima dell’attacco all’Iraq, non un paio ma 935 false notizie. La balla più grande è forse quella del 3 maggio 2003 ovvero «Le troveremo le armi di distruzione di massa [di Saddam], è solo questione di tempo» ed è posta in apertura del romanzo che ci regala MacPherson, un giornalista [e si sente anche per le battute acide verso i colleghi] prestato alla narrativa.
Si inizia con una montagna di soldi a bordo di un aereo Usa che trasporta pochi passeggeri e un solo soldato di guardia: quando lo scopre, Rick architetta un piano e convince i suoi compagni di volo che «l’Iraq è già un pozzo senza fondo, perciò che sarà mai qualche milione in più [da rubare]». Da qui parte una storia travolgente con sosia di Saddam, galere infami, doppiogiochisti e una sempre più assurda combriccola intenta a preparare una gigantesca bufala, anzi «a lucidare la merda» per usare il colorito linguaggio del protagonista.
Un punto di vista statunitense certo, non amerikano però: con alcune battutine, piantate nei punti strategici, a ricordare a quattro yankee arroganti che in Iraq hanno «inventato la scrittura, la letteratura, l’architettura e la giurisprudenza» oltre che il calendario. O a suggerire che «i fatti non dovevano per forza combaciare con ciò che l’America stava facendo a Baghdad, non più di quanto combaciassero con la resurrezione di Cristo o l’ascensione di Maometto». C’è persino la quasi redenzione di alcuni cattivi stelle-e-strisce di fronte a una clinica dove si curano bambini iracheni.
Vietatissimo svelare il finale ma il super-colpo di scena [ovvero che Saddam nascondesse davvero qualcosa… non armi però ] è all’altezza della storia quanto delle tragiche bugie di un certo Potus – come vi suona?–che incontrerete e subito riconoscerete attraverso un paio di personaggi patetici.
Tre segnalazioni: per chi si diletta con i livelli subliminali occhio all’«arte del minimalismo» [pagina 155]; gli studiosi di arabo non si lascino sfuggire la divertente polemica sulla traduzione di una celebre frase, possibile che non sia «72 flessuose vergini» ma «72 datteri»?; infine gli appassionati di giochi con le parole accendano un riflettore sul pangramma a pagina 76, e si auto-sfidino a fare meglio.

Tags assegnati a questo articolo: fantascienza

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