«Il Grigio» di Gaber interpretato da Fausto Russo Alesi

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Fausto Russo Alesi

Si può fare Gaber senza Gaber? Domanda spinosa, a cui Fausto Russo Alesi – in scena fino al 5 giugno all’Eliseo di Roma con «Il Grigio», per la regia di Serena Sinigaglia – sembra rispondere con un netto sì. Un sì che convince, va detto subito e chiaramente. Per due buoni motivi, che hanno a che fare con la qualità. Innanzitutto la qualità del testo [ scritto dallo stesso Gaber e da Sandro Luporini ], che nonostante abbia ancora su di sé l’aura affascinante (ma tutt’altro che scomoda) del suo autore, possiede con tutta evidenza una dimensione del tutto autonoma, sospesa tra l’ironia e la poesia in cui ci proietta l’io narrante, uomo di mezza età in fuga da una vita matrimoniale in frantumi, lo stress di quella sentimentale e l’impasse di quella lavorativa, cercando nella nuova casa che accoglie la sua vita da single la proiezione di una tranquillità emotiva che, di fatto, non gli appartiene. Da questo punto di vista il “grigio”, cioè il topo che disturba le sue notti – essere astutissimo e imprendibile, che si fa beffa delle trappole sempre più ingegnose preparate per lui, delle quali alla fine è vittima lo stesso protagonista – non è solo reale, ma anche metafora, tarlo di coscienza e dubbio dell’io in crisi.

Ma oltre alla qualità del testo, è l’interpretazione di Alesi a costituire il punto di forza di questo nuovo «Grigio». L’attore palermitano, premio Ubu 2002, propone un personaggio sempre convincente, padroneggiando in modo straordinario tutte le sfumature e i cambi di registro del personaggio, che è cinico, violento, ironico, ma anche disperatamente attaccato alla speranza di poter vedere nell’altro da sé non solo la volgarità che ci circonda [il testo è anche un apologo contro la tv, in un periodo, come gli anni ottanta, fortemente simile ai nostri giorni], ma anche quell’uomo qualsiasi che siamo tutti, fino ad avere l’impressione – alla fine dello spettacolo – di riuscire a comprenderlo direttamente, in una sfera forse pre-logica, al di là dell’impegno e delle ideologie. Alesi non ripropone Gaber. Crea invece un personaggio inedito, che esiste per sé e restituisce, con la sua umanità dolente eppure viva, il senso profondo del testo.

Da segnalare infine le musiche di Carlo Cialdo Capelli (al pianoforte) e Corrado Dado Sezzi (alle percussioni) – vero terzo elemento dello spettacolo tra un Alesi viscerale e un topo tanto sfuggente da sembrare illusorio – in grado di traghettare lo spettatore lungo gli umori mutevoli del protagonista, senza cadere mai nella didascalia.

Visto a Roma, Teatro Eliseo, 10 maggio 2005

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