“E dire che ero venuto per la musica elettronica…” confida alla barista un ragazzo dall’aria piacevolmente sorpresa. “Pensavo che stasera qui si ballasse, e invece no, era di sabato…ma mica male però questa serata strana…”. Strano, decisamente strano, per quel ragazzo, è essersi ritrovato a vedere due spettacoli teatrali uno di seguito all’altro, lui che a teatro “ogni tanto” ci va, “però mica tanto…”. Ho sentito una conversazione simile due settimane fa, nello spazio-bar del Rialtosantambrogio, dove era appena terminata la terza giornata di “Ubusettete”, rassegna (anzi “fiera”, come recita il sottotitolo) di “alterità teatrali romane”, ospitata anche quest’anno (come lo scorso) nel bellissimo ex convento trasformato ormai da anni in uno dei centri culturali più fervidi della capitale. Quel ragazzo si era divertito, perché gli spettacoli che “gli erano capitati” erano divertenti. Oggettivamente divertenti. E fruibili. Anche da chi ne vede pochi, di spettacoli.
Perplessità e delusione erano invece stampate sulla “faccia a punto interrogativo” di alcuni dei vari amici che qualche sera dopo avevo invitato a venire in quel del rione Campitelli a vedere i due risultati finali del lavoro di altri miei amici. “Ma cosa avrei dovuto capire, secondo loro?!” borbottava uno parlando dello spettacolo appena visto, mentre un altro, riferendosi allo spettacolo precedente, sfogava su un terzo spettatore la sua incredulità di fronte a quella che, secondo lui, era una “regressione a trent’anni fa”. Gli amici – spettatori in questione non sono addetti ai lavori, ma se si ritrovano a frequentare teatri e spazi teatrali non è certo per caso (ma nemmeno per “indottrinamento” – “costrizione da goccia cinese”, come si potrebbe malignamente supporre, essendo quelli amici della sottoscritta, che molto spesso propone “visioni” da lei ritenute interessanti …), ma perché sono persone curiose e appassionate di varie forme d’arte, concepite da loro come una fonte di arricchimento personale e non come svago. Questi amici avevano lamentato l’autorefenzialità di certi spettacoli. Oggettivamente autoreferenziali. Anche per chi si pone in disposizione di ascolto, utilizzando strumenti acquisiti nella pratica del vedere spettacoli.
Questi due episodi, e la mia personale esperienza/visione degli spettacoli della rassegna (non tutti, a dire il vero, ma buona parte dei ventuno totali, divisi su sei giornate di programmazione – tre a sera, preceduti da un reading, per i primi cinque giorni, e addirittura sei l’ultimo) mi hanno portato a chiedermi a quale pubblico, nelle intenzioni degli organizzatori, fosse rivolta la rassegna. E’ pur vero che la scelta degli spettacoli è stata fatta per lo più sulla base di progetti (accompagnati solo in alcuni casi da video), e che quindi chi li ha selezionati non potesse prevedere più di tanto la concreta realizzazione scenica e il conseguente porsi in un modo piuttosto che in un altro nei confronti degli spettatori; ma è anche vero che tra gli spettacoli che, a parer mio, possono essere colti nella loro pienezza solo dagli addetti ai lavori c’è qualche esempio proveniente dallo stesso gruppo delle compagnie organizzatrici. I cui membri, in buona parte, hanno però mostrato, a loro volta, un deciso apprezzamento nei confronti degli spettacoli capaci di arrivare in maniera decisamente più diretta a un pubblico semplicemente interessato.
Non credo che la soluzione del dilemma sia nel supporre una schizofrenia collettiva che colpisce i teatranti, né nell’ipotizzare la compresenza di troppe “teste” chiamate a ragionare sulle scelte artistiche (d’altra parte credo che la varietà del programma, cha ha spaziato dal teatro prevalentemente fisico alla messa in scena di testi recitati in “unplugged” e al racconto di favole, sia uno dei grandi pregi di questa rassegna). Quello che credo è che il problema sia nella difficoltà a giudicare il proprio operato e quello delle compagnie “amiche”, non per scarsa obiettività data da orgoglio mascherato da amor proprio da un lato e da una disposizione d’animo eccessivamente conciliante verso i compagni d’avventura dall’altro, ma per le troppo esigue occasioni di confronto col pubblico “vero”, non quello fatto di altri artisti e addetti ai lavori. So bene che questo confronto rientra tra le principali aspirazioni delle compagnie appartenenti all’"underground" teatrale – e d’altra parte, e chiaramente, “Ubusettete” nasce proprio con l’intento di far uscire in superficie una parte artisticamente molto significativa di questo sottobosco, quella romana -; sono pure sicura (anche perché ho fatto agli artisti un po’ di domande in merito) che abbraccino tutte l’idea del “teatro d’arte per tutti” e che credano fermamente, citando ancora Strelher e Grassi, che il teatro deve restare “quel che è stato nelle intenzioni profonde dei suoi creatori: il luogo dove una comunità liberamente riunita si rivela a se stessa, dove ascolta una parola da accettare o respingere”. Ma credo anche che dovrebbero, per realizzare veramente questa legittima e sacrosanta aspirazione, fare tesoro delle ancor (purtroppo) rare occasioni di incontro col pubblico generico , per fare in modo che diventino sempre meno rare. L’impressione è che ora come ora, parafrasando Pasolini, non riescano a vedere le Furie perché gli sono troppo vicine. Che cioè, a fronte di dichiarazioni programmatiche ed elaborazioni sui significati profondi e articolati delle loro opere, non riescano nei fatti a essere realmente comunicativi.
Penso per esempio allo «Zio Vanja unplugged» di OlivieriRavelli_Teatro. La regia di Fabio Massimo Franceschelli, secondo gli intenti, dovrebbe puntare su un realismo non filologico ma concernente i sentimenti, i drammi, le relazioni, in una parola l’umanità, che viene fuori dal testo di Checov, universale per le tematiche affrontate, e perciò passibile di attualizzazione da parte degli attori. A questi, “buttati” in una scena puramente funzionale alle azioni volute dal testo e priva di “qualunque intento estetico o metasignificante”, non dovrebbe essere richiesto altro che “mostrare al pubblico il proprio trasformarsi in ‘altro da sé’, cioè nel personaggio” – recita il programma di sala -, risultando così credibili per la loro partecipazione reale ai drammi di quello. Ma ciò che arriva allo spettatore è una levità avulsa da spessore psicologico e l’attualizzazione si rivela una semplificazione che sembra attuata, sul piano recitativo, sul modello della sit-com. Probabilmente un buon modo di far arrivare Checov agli adolescenti, anche se questo non credo faccia parte delle intenzioni del regista.
Grandi doti comunicative “per tutte le età” ha invece, inequivocabilmente, il «Dux in scatola» di Daniele Timpano, presentato in versione semi-completa (50 minuti sui 70 di quella integrale, che debutterà a Cascina a gennaio), dopo l’interesse e lo scalpore suscitato dallo studio di 20 minuti, con cui, al Premio Scenario, si è aggiudicato il premio della “giuria ombra” e ha diviso la giuria ufficiale.
Se in quell’occasione l’autore-attore era stato allertato dai giurati a non indulgere troppo verso le lusinghe di un tono cabaretistico – che aveva provocato, a detta loro, troppe risate rispetto alle tematiche affrontate in questa “Autobiografia d’oltretomba di Mussolini Benito”, pena l’insinuazione del dubbio su da che parte stesse! -, nella replica al Rialto ha raggiunto una perfetta gestione dei tempi comici, controllati anche quando sembrano nascere dalla sua peculiare timidezza impacciata – alla Jerry Lewis -, ma anche fissati in studiatissimi gesti iconici – che contribuiscono a rendere il racconto di Mussolini-Timpano destrutturato e destrutturante – e sapientemente alternati ai toni seri di condanna netta (mai affermata, però, in maniera retorica) di un’Italia ancora intimamente fascista.
Paragona il nostro presente al nostro passato anche lo spettacolo di Nudoecrudo teatro, unica compagnia ospite, proveniente da Milano. Il suo «Stillicidio (del contemporaneo)» è una miscellanea di citazioni di “bestialità” pronunciate da personaggi su cui non c’è nemmeno bisogno di fare un commento, perché le frasi che tanto tronfiamente declamano parlano da sole della loro ben poca tolleranza… A questi da volto e voce (e testo, frutto di un grande lavoro di ricerca) una bravissima Alessandra Pasi, sostenuta da Guido Baldoni, alle parole e alla fisarmonica. Il tutto è confezionato nelle forme e nei codici del linguaggio televisivo, trash almeno quanto i contenuti di cui è riempito. E allora si va dalla barzelletta raccontata per telefono da un telespettatore sull’onestà di “Lui”, dimostrata dal fatto che quando lo appesero a testa in giù non gli caddero le monetine, all’evocazione della “Madonna del manganello”, che “spacca il social cervello” da parte di un’altra Madonna, che canta “Like a vergin”, esortando poi i giovani che hanno fede ad abbattere i colpi dei nuovi littori sugli imbecilli.
Sembra rispondere ai milanesi Daniele Timpano, oltre che in varie parti del suo «Dux», anche ne «Gli uccisori del chiaro di luna», nato da un laboratorio condotto dalla sua compagnia, amnesiA vivacE, con gli studenti universitari. In questa «Cantata non intonata per F. T. Marinetti e V. Majakovskij», tra i suoni artefatti del clarinetto amplificato di Natale Romolo e le voci distorte in pieno stile futurista di Francesca La Scala e Valentina Cannizzaro, si pronunciano frasi come “L’Italia è un abuso di potere, paragonabile all’uso della mazza ferrata sui feriti, o sugli svenuti”, ma perlopiù si (s)ragiona sulla condizione di marginalità e precarietà che accomuna quella corrente avanguardistica al movimento della nuovissima avanguardia rappresentata dai tanti gruppi teatrali che autoproducono la loro ricerca. Il tutto passando attraverso un richiamo alle forme del movimento avanguardistico del periodo intermedio tra i due, quello degli anni ‘60. E proprio la natura dei contenuti affrontati giustifica l’uso di un uso del corpo, della voce e dello spazio nettamente datati, salvando, ma non del tutto, a parer mio, questo piccolo spettacolo (della durata di 20 minuti) dal rischio dell’autorefenzialità, così presente in tanta parte del teatro di ricerca di 50 anni fa.
Ancora arte che si interroga sull’arte, e in questo caso su quella pittorica: addirittura tre (una sorta di mini-rassegna nella rassegna) gli spettacoli dedicati alla figura di un pittore.
Valerio Bonanni e i suoi SemiVolanti, con «Bon Bon Chagall», hanno omaggiato l’afflato onirico-fantastico delle opere di Marc Chagall attraverso immagini di quotidiano stupore, ballate (e praticamente mai parlate) con leggerezza e candore dallo stesso Bonanni e dalla danzatrice Margi Cilento, su una tela di cui facevano le veci il pavimento, dipinto con il movimento dei piedi, e lo stesso corpo, segnato da dita trasformate in pennello. Il candore di cui sopra e il richiamo all’elemento visionario sono però così calcati che per tutto il tempo dello spettacolo viene da chiedersi quando cominceranno a far si che gli si creda.
Di tutt’altro spessore, anche se accomunato a quest’ultimo spettacolo dall’elemento preponderante della danza che “mima” la pittura, lo studio di CT Gramigna «Sfuggono parole ai sogni di Vincent», primo quarto dello spettacolo (da completarsi) «Ritratto del dottor Gachet», formato da quattro “assoli” di altrettanti personaggi realmente incontratisi negli ultimi giorni di vita del pittore Van Gogh. Tali personaggi rappresentano – nelle intenzioni dell’autore Graziano Graziani, del regista e adattatore del testo Riccardo Frezza e dell’attore-danzatore e co-adattatore di questo “quarto” Simone Faloppa – “gli aneliti di una fine di secolo” che hanno generato “le esplosioni concettuali del secolo appena trascorso”.
Come si intuisce dal titolo, in questo studio è proprio il pittore, o meglio il suo fantasma storico, a cercare di dar forma ai suoi sogni. Racconta la sua ricerca di un’essenza inventata attraverso la pittura, ricerca data da un bisogno più forte della pazzia: “Forse è possibile lasciarsi tutto alle spalle, guardare avanti davvero, verso le dimensioni geometriche della tela… fissarle a lungo… entrarci, quasi… in quell’universo compatto e misurabile, persino rassicurante… per poi sovvertirne le regole, cambiarne le forme, i colori, lasciare esplodere le immagini… e anche se per farlo bisogna seguirne i perimetri, riempirne le aree… non posso mai smettere di cercare una via di uscita…”.
Ed ecco allora che i movimenti rotatori delle mani di Faloppa evocano insieme l’atto del dipingere e la linea tipica delle pennellate del pittore olandese; altri movimenti di danza, invece, rappresentano un modo di dar vita ad alcune figure dei suoi quadri, colmando lo spazio e la distanza tra quelle e lo spettatore.
A dir la verità è difficile cogliere i riferimenti ai diversi dipinti, anche dopo esserseli riguardati “preventivamente” (io l’ho fatto…e comunque ho intervistato alcuni spettatori che uscivano dalla sala), come è difficile afferrare il collegamento tra la partitura fisica e quella verbale, che pure separatamente catturano la mente e il cuore di chi guarda (e ascolta)…diciamo che un minimo di intento didascalico non guasterebbe.
Intento che certo non manca, anzi è fin troppo abbondante – insieme a una divisione parecchio rigida delle quattro scene che compongono lo spettacolo e dei cinque quadri che ne scandiscono altrettanti momenti significativi – ne «Il mulino degli sconcerti» – di e con Simone Franco -, il terzo spettacolo dedicato a un pittore, Gino Sandri, alla cui follia – al contrario di ciò che succede per quella di Van Gogh nel lavoro di CT Gramigna – sono associati più referti medici e denunce sui danni dell’elettroshock (Sandri, internato più volte per motivi politici, nel 1959 in manicomio ci morì) che poesia. Tranne in alcuni momenti, come quello della danza macabra del dottore della peste intorno alla sedia-patibolo vestita degli abiti del pittore, o quello del ballo finale dello stesso Sandri abbracciato a modellini di casette. Nel complesso si può dire che questo lavoro rientri nei vari esempi di teatro civile/di denuncia: preponderante è infatti, nella fruizione dello spettacolo, la comprensione logica del testo, pur essendo questo supportato dalla musica di un violoncellista in scena. Che però, per l’appunto (e tautologicamente), sembra essere prevista esclusivamente per supportare quello.
Opposto è il caso di «Sisifo è in pausa caffè», spettacolo presentato al Rialto in forma di studio, che nasce, a detta di Dario Aggioli – autore, regista e attore -, come esigenza della compagnia Teatro Forsennato di coniugare il suo lavoro d’improvvisazione su canovaccio all’improvvisazione musicale, in particolare quella jazz. Improvvisazioni che, a dire il vero, non sembrano tali: l’impressione che infatti si ha è quella di un lavoro che possiede sì una freschezza non comune (data anche dall’uso di un dialetto romano di borgata mai sopra le righe) ma (ben) strutturato, con degli eccellenti tempi comici e delle semplici ma efficaci trovate registiche. Come quella della bara che diventa, di volta in volta, banco di scuola, porta, divano, portando con sé, in tutte le fasi della vita dei due protagonisti, il richiamo alla loro morte (con cui si concluderà, quando sarà ultimato, lo spettacolo). La storia, raccontata (e non agita) dagli stessi personaggi – secondo i loro diversi punti di vista -, è quella di Sisifo (interpretato da Aggioli) e Arianna (Francesca Rocca), conosciutisi sui banchi di scuola e finiti innamorati e conviventi, fino alla rottura della loro relazione, causata dalla morte dell’ingombrante madre di lui e dall’incontro di lei con Nicolò (a cui da vita lo stesso Aggioli). A ogni personaggio corrisponde un diverso ritmo musicale, indicativo del suo ritmo vitale, implicito già nel suo nome . Quello di Sisifo, ad esempio, che può essere letto con accentuazione alla greca o alla latina, indica un eterno indeciso. E d’altra parte non è un caso se è lo stesso nome del personaggio mitologico costretto in eterno a portare fino in cima a una montagna una grossa pietra che puntualmente ricade giù. Se lo fosse come ci potremmo spiegare l’interesse collezionistico del protagonista nei confronti delle pietre?
Meno giustificato, invece, il riferimento al mito in «Edipo in faida. Tragedia» di Vittorio Continelli, che nell’uccisione – realmente avvenuta un anno fa a Monte Sant’Angelo – di un commerciante di bestiame da parte del figlio per motivi di vendetta mafiosa ha visto un forte richiamo alla tragedia del re tebano. Tragedia che però è tale perché questo diventa inconsapevolmente parricida (e incestuoso), scoprendo solo in seguito alla sua indagine di essere lui stesso il colpevole da punire. Ed autopunendosi con l’accecamento. Tutto il contrario di ciò che avviene nello spettacolo di Continelli, dove il richiamo alla struttura formale della tragedia (un prologo e un epilogo, che racchiudono quattro episodi e tre o quattro parti corali) colpisce più per la relativa divisione dello spazio che per il reale legame con la storia e le tematiche affrontate . Ciò non toglie che questo lavoro, arrivato in finale al Premio Ustica, sia di un buon livello artistico, dato in gran parte anche dalla bravura dei sette attori.
Fortemente basato sulle capacità degli interpreti è «Pia Opera», un piccolo gioiellino di 50 minuti costruito su un possibile scambio di identità, leggibile anche, però, in alternativa, come trasformazione di un’unica identità…non si capisce bene quale sia, dipanata, la fabula di un intreccio fatto di apparizioni della Madonna, vestiti sognati e indossati, finte veggenze ammantate di mistero, trasporti carnali travestiti da amor filiale… quello che si sa è che, nonostante questo, lo spettacolo “arriva”, produce tante risate (si, “produce”: è sapientemente studiato per impedirti di rimanere a bocca chiusa!) e offre spunti di riflessione. Il tutto, come si diceva, per le sorprendenti interpretazioni dei (del?) personaggi (o?), napoletanissimi (o?) da parte di Beatrice Ciampaglia e Mirko Feliziani, anche autore e regista.
Altra eccezionale prova d’attore, ma che colpisce tanto anche per il curato lavoro registico, è «Due», della compagnia La Fiera. Di nuovo (come nei due spettacoli sui pittori) teatro fisico, di nuovo il trinomio corpo – immagini – poesia (da leggersi come una sequenza di rapporti causa-effetto). I “due” (Francesco Villano e Andrea Pangallo) sono emigranti, ma non degli emigranti storicamente (e localmente) caratterizzati: i loro gesti sono costruiti partendo dallo studio, affrontato dagli attori e dal regista, Luciano Colavero, degli stereotipi con cui si caratterizza l’"emigrato tipo", colto nella sua quotidianità e in alcuni “giorni speciali” (la partenza, il compleanno), ma comunque sempre fuori dal tempo del lavoro. Come criceti in gabbia o come pupazzetti del carillon, si muovono illudendosi di aver intrapreso un viaggio, quello risolutivo verso la libertà, che si rivelerà ogni volta un “restare qua, dove non fui mai” (la citazione da Giorgio Caproni mi sembrava adatta…), un girare in tondo per ritornare sempre allo stesso punto. Da cui ripartire, più inconsapevoli di prima. Sette viaggi sulle note di una poco nota quanto splendida e a dir poco calzante canzone di Mina (“Parla, fa qualcosa, sto morendo” dicono le parole), intervallati da quattro fermate in stazioni, per tirare fuori dalle valigie e dalle tasche cartoline e biglietti del treno, ma anche storie di fallimenti raccontate a tappe – come in una via crucis -, sigarette senza avere l’accendino, preghiere-filastrocche che non si riesce nemmeno a cantare all’unisono. Quasi del tutto privo di parole, ispirato a “Emigranti” di Mrozeck, lo spettacolo alla fine (e nelle stesse intenzioni della compagnia) risulta estremamente, e dolorosamente beckettiano, e le risate che ci strappa sono come quelle di Pirandello di fronte alla vecchietta imbellettata.
Altro spettacolo che non può non far pensare a Beckett è «Quello che resta», ancora una volta storia di relazioni a due, uscita dalla penna prolifica di Graziano Graziani. Anche qui siamo in presenza di uno stallo, anche qui il tempo è circolare, come i discorsi della coppia che sta vivendo ormai “quello che resta” della loro storia. L’unico riferimento al mondo esterno è dato dalle domande di Edo, che non si muove dal divano, e dalle risposte di Clo, che ogni tanto se ne allontana per andare alla finestra, su un’ipotetica guerra che non è ancora finita. Ma che, nonostante la sua gravità (comune a tutte le guerre), non riesce a scuotere quei personaggi ormai privi di vita, capaci solo di riferirsi a un passato che non c’è più e a fare sterili considerazioni sugli scrittori contemporanei. Senza comunicarsi nulla. La regia di Beatrice Mancini mette in evidenza proprio quest’assenza di vita, facendo muovere i due come automi-manichini e attraverso tre cambi di luce – una più fredda e alienante dell’altra – che si ripetono più volte durante i venti minuti dello spettacolo. Tutto perfettamente intonato, dunque, al bel testo surreale di Graziani, ma dall’operazione registica non ci dovremmo aspettare anche qualche dissonanza, qualche elemento capace di stupirci?
A proposito di incapacità di stupire, non brillano per originalità i «Racconti d’acqua ed altre canzoni», in cui si sono cimentati Stradevarie insieme a Musica e Teatro a Sud di Roma, raccogliendo da varie fonti storie di emigranti tornati al proprio paese o di contadini rimasti in campagna: sulla fine della civiltà contadina, dopo Pasolini, hanno parlato ancora in molti; del teatro di narrazione, pieno di artisti interessanti, siamo ormai piuttosto saturi… a che pro ricalcare le orme altrui se non si ha poesia da aggiungere?
Decisamente meno retoriche e noiose le «Favol-EZI» di Ygramul LeMilleMolte, innanzitutto per l’atmosfera giocosa che il “Gruppo Integrato di Ricerca e di Teatro Patafisico” ha saputo creare, poi per il lavoro sulle voci e sui movimenti dei personaggi delle fiabe e delle tradizioni del popolo indigeno Chicewa e Yao in Malawi, e infine (lust but not lust) per il tema della lotta all’AIDS, affrontato con gli indigeni nei laboratori tenuti con loro dalla compagnia.
Di tutt’altro genere «Macchinateassassina stAzione seconda», per cui mi concedo di rimandare al mio discorso sull’autoreferenzialità. Se Flavio Sciolè (anti-autore, anti-regista, anti-attore, ecc. ecc.) fa il verso a Carmelo Bene, io preferisco vedere il maestro in video piuttosto che accontentarmi del suo delirio paronomastico autistico e inconcludente. Sarò pronta a ricredermi se saprò che grazie ai tagli provocatisi in scena avrà ottenuto il rientro di quelli attuati al FUS.
Visto a Roma, Rialto Sant’Ambrogio, 15/20 novembre 2005
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