Se Dick realista è fantascientifico

Si dice: «è un romanzo, no?» oppure, con tono più sgamato, «è fantascienza». Come a sminuire. Insomma acne giovanile, poi da grandi si mette la testa a posto e addio sogni. Eppure quella porta è sempre socchiusa: chi legge come chi scrive passa un po’ del suo tempo fra desideri e incubi, negli universi paralleli dell’irreale o, se preferite, del possibile. Uno dei più grandi scrittori [di science fiction e non solo] del ‘900, Philip Kindred Dick, sembrava abitare per davvero e permanentemente in qualche altrove. Così la tarda scoperta di alcuni suoi romanzi «realisti» [o se preferite «mainstream»] sorprende ma può essere vista come una sorta di esplorazione in mondi fantastici o, se preferite, la reincarnazione di Philip Dick in una sua vita precedente, in un altrettanto assurdo universo che – solo per caso – è quello in cui siamo rinchiusi anche noi.

Questa premessa per dirvi che, anche se non è fantascienza, dovete precipitarvi in libreria [o in biblioteca, se 18 euri e 50 centesimi per 460 pagine vi sembran troppi] e prendere un inedito dickiano, «Voci dalla strada», 35esimo volume dei 45 che l’editore Fanucci ha in cantiere. Nel mondo inventato dall’allora venticinquenne Dick il 1952 è anno di guerra in Corea, di caccia alle streghe rosse inscenata da McCarthy ma è soprattutto il momento in cui esplode o implode Stuart Hadley, il protagonista, anche lui venticinquenne [toh]. Questo anti-eroe, molto dickiano, è insoddisfatto del lavoro e degli amici; crede che le donne siano «la metafisica del mondo», dunque incomprensibili; confida e allo stesso tempo diffida delle religioni radicali; crede che il mondo stia andando a pezzi. Il suo autore, sputato. Sul «Corriere della sera» Carlo Formenti [per inciso è uno dei pochi intellettuali italiani che parla di fantascienza con cognizione di causa] giudica questo libro profetico, per esempio rispetto all’iper-commercio, e molto politico, anzi no-global. Ha ragione. Ma chi conosce bene l’altro Dick, quello della fantascienza, sa che lui considerava meno impossibile viaggiare nel tempo che avere un Richard Nixon come presidente. E in questo realista o quasi «Voci della strada» una delle questioni decisive è se «in un mondo di pazzi proprio i pazzi hanno le idee più chiare».

Obiezione, vostro onore. Qui il losco Barbieri subdolamente incoraggia la opinione pubblica e fors’anche quella privata a vivere nell’irrealtà. Il giudice con tre teste [presente, passato e futuro] concede all’imputato Barbieri un massimo di 50 parole per discolparsi. Eccole: «Non consiglio di vivere nel fantastico come vivamente sconsiglio di abitare in questa orrida realtà. Forse tenendo i piedi sia nell’uno che nell’altra si sta meno peggio, si capisce di più e torna la voglia di lottare. Un altro mondo è possibile».

Sfuggirà Barbieri alla condanna? Certo e prossimamente vi parlerà di un divertente ripescaggio [«Missione su Jaimec» di Eric Frank Russell], di una novità Armenia con uno strano centauro, l’impossibile coppia Heinlein-Robinson e di – udite., udite – fantascienza africana.

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