Fortezza Africa e le orde di migranti europei

Udite, udite. Fantascienza africana. Bellissima. «Gli Stati Uniti d’Africa» di Abourahman A. Waberi è uscito l’anno scorso da Morellini, un piccolo, coraggioso editore ma purtroppo non ha avuta l’attenzione che meritava e dunque questo è un invito a recuperarlo. Potete leggerlo come un romanzo di fantascienza [lo è] oppure senza metterci un’etichetta [ovviamente funziona lo stesso].
Sin dalle prime righe ci troviamo in qualche universo parallelo dove l’Africa ricca e potente viene minacciata da orde di occidentali poveri [impoveriti, rapinati, folli per troppe guerre civili… non è chiaro e in fondo poco importa]. Un bello choc incontrare «un caucasico di etnia svizzera» che stremato sopravvive «nel centro d’accoglienza per migrati» della felice Asmara. Alla provocazione Waberi–nato a Gibuti ma in Francia da un ventennio–aggiunge una scrittura scintillante e i fili giusti per incrociare le storie ai personaggi. Se il suo libro ebbe gran successo tra i francesi non fu solo per scandalo. Era difficile che in Italia “sfondasse” perché i piccoli editori vengono strangolati dai distributori, oscurati nelle vetrine, ignorati dai recensori-marchettari cioè perlopiù asserviti alle lobbies editoriali. E così è andata. Ma a volte il passa-parole fa miracoli e lentamente un libro riemerge, conquista un suo pubblico potenzialmente grande. E stavolta sarebbe davvero il caso.
Saltiamo fra le pagine, per capire almeno l’insieme. E’ senza nome «il pidocchioso falegname svizzero […] uno strano uomo dal berretto sporco […] un giorno o l’altro tornerà all’interno di se stesso, nel rovescio del suo corpo». Scolpita nella memoria anche l’anti-razzista eritrea Malaika detta Maya: coraggiosa al punto di sbarcare nell’Absurdistan [perfido e azzeccato soprannome per l’Europa] dopo un colpo di scena che la quarta di copertina sbaglia ad anticipare e che comunque, a metà del libro, ci costringerà a vederla con altri occhi. Sullo sfondo gli astronauti del Mali, le African Queens, il Neguscafè o gli afro-razzisti alla Bossi. Vite e luoghi talvolta veri e ora inventati ma soprattutto “imbrogliati” cioè messi nel posto o nel tempo che oggi diremmo sbagliato: l’autore nomina di sfuggita il sorriso di Mouna Sylla – ricorda una certa Monna Lisa vero?–o un King Kong dalla cui manona emerge … la bella Miriam Makeba. Pagine dure ma sempre con un filo di speranza. Anche nelle peggiori situazioni troviamo «le mille e una maniera di essere un umano tra altri umani». Forse «il resto verrà più tardi […] il mondo si rifiuterà di rigirarsi nel fango»; anzi nel finale si dà per certo un miracolo. «Ogni paradiso possiede il suo serpente» ci ricorda Waberi ma potrebbe trattarsi di un «paradiso delle lontananze» e di un «serpente del reale». In ogni caso siamo «tutti uniti nella danza, uno stesso passo, un unico sudore». Ballate con lui, ne vale la pena. E se questo primo giro vi cattura fatevi invitare da lui in altre danze, altrettanto affascinanti ma completamente diverse: con altri due suoi romanzi, «Transit», sempre tradotto da Morellini e «Balbala», uscito da edizioni Lavoro.

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