Massimo Carlotto: «Vi racconto i miei rinnegati»

E' appena uscito il nuovo libro dello scrittore padovano. «Cristiani di Allah», un noir mediterraneo ambientato nell'Algeri del sedicesimo secolo. Anticipazione da Carta settimanale in edicola da venerdì 11 aprile.

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Dalle ambientazioni contemporanee dei noir che lo hanno reso famoso, Massimo Carlotto ha scelto di fare un salto nel tempo e nello spazio. Fino ad Algeri, tra il 1541 e il 1542, per raccontare una storia di amore e vendetta ambientata nell’ambiente dei «rinnegati». Erano i cristiani che, a migliaia, lasciavano l’Europa per «farsi turchi» e diventavano corsari, attratti dalla libertà che la città musulmana del nordafrica offriva loro.
L’intervista completa è su Carta settimanale numero 13, in edicola da venerdì 11.
«A che serve un romanzo storico, se non a rinarrare la storia e a smontarne la visione corrente? Senza questa intenzione serve soltanto a rafforzare pregiudizi e certezze. E certo non ne abbiamo bisogno». Massimo Carlotto spiega così la sua migrazione dai noir contemporanei della serie dell’Alligatore o di «Mi fido di te» alla storia di Redouane Rais, il protagonista di «Cristiani di Allah», nella Algeri del 1541. Il tratto noir rimane, nel plot, storia di vendetta e di amori proibiti, e più a fondo nella scelta di ambientare la storia nella società dei «turchi per scelta», un’increspatura sulla superficie del racconto storico corrente: «Mi ha sempre infastidito la retorica sulla battaglia di Lepanto – dice – Lo scontro del 7 ottobre 1571 è stato tutt’altro che decisivo e, soprattutto, non è stato uno scontro di civiltà. Perché quella del Mediterraneo è una cultura unica, che si è continuamente contaminata e incrociata, divisa da rivalità politiche che hanno costruito, sulla sponda europea, una rappresentazione propagandistica dell’Altro, dell’Islam. Invece, c’è una storia nascosta, quella dei cristiani che sceglievano di ‘farsi turco’, una storia cancellata soprattutto dal lavoro meticoloso, sistematico della chiesa cattolica».

Che analogia c’è con la retorica dello scontro di civiltà?
La prima analogia è il ruolo dei media: anche nel sedicesimo secolo i media, cioè la letteratura popolare, le prediche dei frati degli ordini che si occupavano del riscatto degli schiavi, i processi dell’Inquisizione puntavano a creare un’immagine dell’Altro, del nemico, che fosse funzionale a evitare contatti e contaminazione. A separare il più possibile per suscitare la paura dei «turchi», che serviva a governare e a giustificare il potere, divino e terreno.
La seconda analogia è che spesso questa rappresentazione non reggeva e ovviamente la realtà era ben diversa. I verbali dell’Inquisizione che abbiamo rintracciato a Sassari lo raccontano bene, e così anche la storia che si può costruire partendo dall’altra parte, da Algeri per esempio.

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