«Un giorno o l’altro potrebbe tornarvi utile saper costruire una bomba atomica». Specialmente se per attrezzare un mini ordigno nel giardino di casa basta spendere pochi soldi [su eBay] e faticare un po’ nelle discariche per recuperare «Americium 241» da vecchi rilevatori di fumo. Così con bassi costi e qualche fatica Daniel Weinberg può trasformare il suo nano da giardino in una pericolosa bomba nucleare e dichiarare l’indipendenza della sua villetta mono-familiare [180 metri quadri più due bagni e mezzo] dagli Usa.
Il nuovo Stato, Weinbergia prende nome dal fondatore e ottiene qualche inaspettato riconoscimento diplomatico. Sbirri di ogni tipo lo circondano mentre un certo numero di persone insoddisfatte chiede asilo politico. Ma l’idea secessionista attecchisce e gli Usa si trovano a fronteggiare una imprevista minaccia dall’interno proprio mentre i nemici [veri o presunti] esterni si moltiplicano e persino il Canada appare minaccioso. Si avvera così una profezia di Michel Moore nel film del 1995 «Canadian Bacon».
Siamo in un futuro molto prossimo, il romanzo «Come mio padre ha dichiarato guerra all’America» si colloca in un territorio incerto – e affascinante–tra fiaba, satira e fantapolitica. Con almeno un gancio nella fantascienza visto che Herbert, il simpaticissimo figlio dodicenne del citato Daniel, è un telepate anzi l’unico al mondo in grado di leggere le menti.
A breve distanza da «Questione di tempo» [che«Futuri» ha già recensito], l’editrice Cargo ci propone un testo simile per cattiveria ma più pacato nei toni. Ne è autore il newyorkese Nick Manatas armato di megatoni Hm ovvero humor macabro sia quando mette in scena i presunti normali che nel cercare di capire gli stranissimi fans di Weinbergia, capaci di «espatriare»perché non trovano la loro taglia in un grande magazzino. Le frecce più velenose comunque sono per i giornalisti [notevole la «par condicio dell’idiozia» a pagina 58] ed è comprensibile sapendo che l’autore anima il sito «Dinsinformation.com» e figura nelle interessanti antologie, tradotte anche in italiano, «Tutto quello che sai è falso».
Ovviamente i freaks-eroi di Weinbergia perderanno [come vincere se «uranio, paura, speranza» sono le loro sole «risorse naturali»?] ma anche gli Stati Uniti saranno sorprendentemente sconfitti. E più non si può dire. Oltre al colpo di scena finale veramente perfido [ed è appena accennato fra le righe così che un lettore distratto rischia di non capacitarsene] è molto dettagliato il quadro per così dire filosofico: l’idea, a esempio, che «quasi tutti gli adulti facciano parte di una cospirazione mondiale contro i bambini» oppure i guasti di militarismo, misticismo e della dipendenza di Washington e del Pentagono alle lobbies, tutto è collocato con grande maestria all’interno di una vicenda solo apparentemente folle. E dove risulta chiaro che per uscire dalla pazzia delle barriere non bisogna costruirne altre….
Peccato che Hollywood non ne farà un film. Nel caso a interpretare Daniel potrebbe essere [in assenza di Peter Sellers che sarebbe stato perfetto] Robin Williams ma il vero protagonista della vicenda è proprio lo sveglissimo Herbert che, neppure dodicenne, già sa che per neutralizzare i lacrimogeni bisogna pisciarci sopra.
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