Tanti bei pianeti per il maschio padrone

Di maschilisti è piena la terra [con la T maiuscola] ma da un po’ il patriarcato perde colpi. Servirebbe un miracolo per ridare il potere assoluto all’uomo capo-branco: magari un salto indietro nel tempo oppure la scoperta di lande inesplorate e selvagge dove i rarissimi maschi, stile pionieri, invochino la necessità di preservare la razza umana [«mantenere il pool genetico il più vasto possibile», se amate parlar difficile] per giustificare i loro harem, naturalmente con l’appoggio di una religione su misura del padre [con la P maiuscola] padrone.
E’ questo lo sfondo per «Un miliardo di donne come Eva», il romanzo breve – vincitore nel 2007 del premio Hugo – di Robert Reed uscito da Delos Book [118 pagine, 9 euri]. Per trovare terre vergini e donne sottomesse basta disporre dei Ripper, «macchine rozze […] che i fisici utilizzavano per provocare buchi temporanei nella realtà locale» ma che tornano utili per trasportarsi su altri mondi. Esiste infatti – come già sanno gli appassionati di fantascienza – un’infinità di pianeti abitabili, anzi talmente simili al nostro che potremmo classificarli nelle categorie 998 o 997 se dessimo il numero 1000 al nostro pianeta. Come mai questa somiglianza? Per dirla semplicemente sono varianti del nostro mondo, Terre parallele. In una di queste si trasporta il giovane Owen e tornare indietro non si può: «due miliardi di anni circa e mezzo nanometro separano la nostra casa da questo posto» spiegherà sconsolata una delle giovani rapite per fare da giumente all’unico stallone in circolazione.
Dal punto di vista tecnico [Dna, aminoacidi, proteine, effetti quantici…] ci sono grandi potenzialità per il Ripper, letteralmente lo squartatore, ma qui interessa soprattutto che aprano piccoli varchi verso altri mondi. Per dirla con il linguaggio delle Chiese, «il Creato era un affare che non richiedeva sforzo e non aveva limiti. Questa era la cosa che gli esseri umani andavano imparando e con l’attrezzatura adatta e brevi scosse di energia titanica era possibile raggiungere questi tanti reami, per esplorare una minuscola porzione dell’infinito».
Lasciamo la Terra originaria e per un breve tratto seguiamo Owen, ovvero il Primo Padre e fondatore delle «nuove nazioni umane nell’universo». I suoi eredi potranno ripetere il giochino di trasferirsi, non appena faranno il pieno di arroganza e avranno nuovi Ripper. In questo scenario non mancano le complicazioni: la copertura religiosa mostra qualche crepa o meglio eresie che, niente meno, danno voci alle donne. Ma soprattutto in questo turismo fra mondi si cela un pericolo… che è meglio tacere [anzi il risvolto di copertina svela sin troppo]. La protagonista Kala dovrà ribellarsi, sapendo che «gli stronzi sono una costante universale». E sul finale di più non si può dire.
Non un capolavoro ma piacevole. Lo statunitense Reed in Italia è ancora relativamente popolare pur avendo pubblicato una decina di romanzi e 150 racconti. La sua fantascienza mescola elementi scientifici e ambienti più familiari come annota l’utile prefazione di Salvatore Proietti che lo paragona a Clifford Simak [forse sì] e a Theodore Sturgeon [forse no e comunque ben al di sotto sia per scrittura che per trame].

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