Lo scorso luglio, nel numero 27 di Carta settimanale, abbiamo analizzato la figura di Silvio Berlusconi come «serial leader», cioè come un personaggio che, più per una abitudine spregiudicata a usare i media che per una pianificata strategia di marketink, utilizza codici di comunicazione simili a quelli di un serial televisivo o un reality show. L’ultima puntata del serial berlusconiano, un programma che da 15 anni affascina il paese e che anche i suoi detrattori non riescono a smettere di guardare. Insomma, il politico Berlusconi ha successo perché è come un programma televisivo. Soprattutto, è un modello vincente perché la gente si appassiona al modello seriale disegnato sui codici della neotelevisione del suo leader. L’inutizione è stata poi ripresa in diverse forme nel dibattito delle ultime settimane: qualcuno ha parlato di «politica format» e di trasformazione dell’opinione pubblica in audience.
L’ultima puntata del Berlusconi-show è andata in onda ieri, e conteneva un colpo di scena: Silvio, il protagonista, ha minacciato ai suoi fan di non andare più in televisione. Nè lui nè i caratteristi della sua maggioranza. «Mai più esponenti della maggioranza andranno in tv per essere sottoposti a insulti. Abbiamo la libertà di non essere piu’ insultati nel corso di trasmissioni condotte in maniera faziosa», ha detto Berlusconi in una conferenza stampa a palazzo Chigi. «Ho assistito in questi mesi a delle trasmissioni ha detto Berlusconi che non portano nulla di buono. Vedo un clima incivile e finché non cambia noi non andremo a farci insultare. In questo modo la maggioranza potrà riacquistare dignità. per questo gli esponenti del Pdl e anche i ministri non dovranno piu’ essere disponibili a partecipare a spettacoli in un clima di rissa». La trasmissione sotto accusa sarebbe addirittura «Porta a porta» di Bruno Vespa, quella dalla quale il presidente del consiglio lanciò il contratto con gli italiani. Vespa ha reagito nervosamente, Michele Santoro ha gongolato davanti alle telecamere del suo «Anno zero»
Riproponiamo l’intervista a Federico Boni insegna sociologia della comunicazione all’università degli studi di Milano. Boni ha scritto «Il superleader» [meltemi, 206 pagine, 19 euro], una fenomenologia di Berlusconi che indaga la connessione tra rappresentanza politica e rappresentazione mediatica dell’uomo che monopolizza lo scenario politico, dal governo o dall’opposizione, da ormai 15 anni. Berlusconi viene descritto come «Uno nessuno e centomila»: «Mi sono occupato di capire come i media italiani rappresentano Berlusconi – ci spiegò allora Boni – Ne viene fuori un Berlusconi che assume moltissime rappresentazioni, influenzate da come Berlusconi si presenta grazie ai consigli dai suoi ‘spin doctor’. Sono rappresentazioni spesso contraddittorie. A volte appare come un soggetto sacrale, divino. È l’unto del Signore. Altre volte è un compagnone, è uno di noi, fa le corna nelle foto di gruppo. Oppure Berlusconi è un macho d’altri tempi che fa le avance alle starlette della tv o alle veline. Poi viene fuori una figura di Berlusconi femminile, è molto attento al trucco, alla linea, si rifà il lifting, si ritocca. Alla fine otteniamo uno, nessuno o centomila Berlusconi. Ma, per rimanere alle citazioni pirandelliane potremmo anche dire ‘Così è [se vi pare]’. È un’immagine adeguata a quelli che si ritengono siano i gusti degli italiani».
L’immagine di Berlusconi è così complessa che non può essere pianificata a tavolino…
Ne sono convinto. Sicuramente si può tentare di pianificare una certa immagine, e se anche ciò avvenisse di certo non si seguirebbero i principi della coerenza. Tutti i politici contemporanei hanno a che fare con i media e navigano a vista, non riescono a pianificare tutto. Con l’onnipresenza dei media questa improvvisazione è amplificata. Devi sempre rispondere all’imprevisto. Per questo una strategia pianificata è impensabile. Berlusconi riesce sempre ad adeguare una propria immagine alla situazione che si viene a creare. Prendiamo il caso della lettera a Repubblica di Veronica Lario, che chiedeva conto al marito dei suoi atteggiamenti da «tombeur de femmes». Senza dubbio lui avrebbe fatto a meno di rispondere pubblicamente, non era una cosa prevista, come invece molti dietrologi hanno scritto. Ma ha reagito con indubbia efficacia a questo «accidente». Alla fine, ha risposto ad una lettera pubblica con un’altra lettera pubblica, assecondando la logica del lavare i panni sporchi in pubblico. E gli è andata bene.
La sinistra in genere ha avuto due atteggiamenti opposti in più di 15 anni di confronto con Berlusconi. Da un lato amplifica l’aspetto complottardo [e in fondo consolatorio] del magnate dei media che controlla l’opinione pubblica. Dall’altro lato c’è la via veltroniana, il tentativo di utilizzare i media con altrettanta disinvoltura, addirittura neanche nominando Berlusconi. Tu invece parli di un fenomeno molto più complesso, incastonato nelle forme di vita. Ti occupi anche dell’urbanistica di Milano 2, ambiente suburbano che rimanda alla vita nei telefilm in cui la gente si riconosce…
Mi rendo conto che è difficile tenere presente questo aspetto, completamente alieno all’idea della sinistra dell’agorà dell’opinione pubblica, delle piazze. Forse quest’idea rimanda anche a un’età dell’oro che non c’è mai stata, diffido sempre del concetto puro e ideale di «opinione pubblica». La realtà suburbana di cui parli è totalmente depoliticizzata. È il modello della famiglia che ha la villetta ed esce di casa solamente per andare col Suv a fare la spesa all’ipermercato. È quanto di più lontano ci possa essere da un certo modo di intendere la vita pubblica e i rapporti tra le persone. Da qui discendono le difficoltà della sinistra.
Alcuni hanno provato a cambiare questa dinamica. Veltroni lo ha fatto in maniera esplicita, e ciò non mi stupisce. I suoi riferimenti culturali sono sempre legati al cinema, agli Stati uniti del grande sogno, Kennedy e Obama. Veltroni continua a tenere una rubrica su Ciak, un periodico cinematografico che tra l’altro appartiene a Berlusconi. Penso comunque che, nonostante questi rapporti con sfumature pop, Veltroni appartenga ancora a una cultura percepita come vagamente elitaria. Per questo è difficile giocarla contro quella di Berlusconi, che invece è una cultura pop «verace». Il pop di Veltroni è ancora snob. Ovviamente ciò non significa che Berlusconi sia «autentico». Sono stato educato a una radicale critica a tutto ciò si professa «autentico», non c’è mai nulla di autentico: ogni manifestazione culturale, alta o bassa che sia, si basa su codici molto complessi. Ma Berlusconi sa usare molto bene i codici della cultura pop. Oltretutto i giornali che ci raccontano Berlusconi sono pregni di questi codici. Il meccanismo è perverso: Repubblica e Corriere usano modalità di espressione che si rifanno a logiche televisive, quindi la rappresentazione è quella che chiamo di «pop-politica», cui corrisponde una «pop-leadership».
Secondo un altro luogo comune che circola a sinistra, questa irruzione del pop nella comunicazione politica è un fenomeno tutto italiano.
Non è così. Il fenomeno debutta negli anni ottanta con la campagna elettorale di Ronald Reagan. È allora che viene fuori il legame tra la logica dei media e quella della politica. Negli Stati uniti ci sono esempi di campagne elettorali locali che sono state definite «pulp politics», rimandando alla logica della «pulp fiction». Ma sicuramente il caso dell’Italia è particolarmente interessante, visto che un grande magnate dei media è anche il premier.
Quando Sarkozy ha vinto le presidenziali francesi, Berlusconi si è autonominato suo modello.
I due personaggi corrispondono a una tendenza generale che si modella in contesti diversi. È come per i format televisivi: c’è un format unico che ha diverse declinazioni locali ma che non deroga da certe norme più globali. La versione italiana di questo format è Berlusconi, quella francese Sarkozy. Basta pensare a tutta la vicenda del matrimonio con Carla Bruni per capire come anche Sarkozy si muova in un contesto pop. È normale poi che Berlusconi cerchi di accreditarsi la primogenitura di quel modello: nei giorni scorsi, al G8 giapponese, cercava di avvicinare Sarkozy ma lui cercava di divincolarsi. È sempre molto colorito, il modo in cui Berlusconi, dentro e fuori la metafora, cerca di stabilire certi primati. È il suo modo di fare, ed è efficace.
La pop-politica è anche superamento della dicotomia tra corpo naturale e corpo politico. Quando Berlusconi ha lanciato il Popolo delle libertà dal predellino della Mercedes ha detto di avere dei lividi sul corpo per il calore degli abbracci. Ai suoi fan porge la mano e dice: «Toccatela, ha fatto i soldi».
Il corpo è fondamentale, nel bene e nel male, sia nella rappresentazione dei media che nell’auto-rappresentazione di Berlusconi. Lui ha davvero lanciato un modello, solo in parte anticipato da Reagan. Riesce a fare del corpo un elemento centrale della sua comunicazione. Lo fa mettendo il suo corpo al centro dello spettacolo politico, e questa è una novità fino a un certo punto. Berlusconi mette in scena anche il corpo che subisce le angherie del tempo, della malattia. Racconta ed esibisce il suo corpo: quando è malato, quando subisce un intervento chirurgico, quando fa il trapianto di capelli… A volte crea la suspence: per un certo periodo sparisce per poi ricomparire al centro dell’attenzione con la bandana. Reagan mostrava le ferite delle operazioni che subiva. Ma con Berlusconi facciamo un salto di qualità.
Le vicissitudini di Silvio e del suo corpo appassionano perché rimandano ai codici del reality show.
È un reality show. Quando guardiamo Berlusconi tutti ci poniamo la stessa domanda che ci facciamo guardando il Grande fratello: «Ci sono o ci fanno?». È per questo che non bisogna concentrate la propria attenzione sul capire cosa sia finto e cosa vero. Non è quello il punto. Nessuno si scandalizza di fronte all’eventualità che quello che accade non sia vero, continuerà comunque a fare audience. La domanda che dobbiamo porci attiene alla fedeltà e all’interesse che riscuote il programma. E in questo caso guarderei alla fedeltà mostrata alle ultime elezioni politiche per un certo tipo di programma, politico ma soprattutto biografico del suo protagonista. Berlusconi mette in scena un racconto a puntate, con una forte interazione, più o meno fittizia, con il pubblico. La logica è quella. Non si può fare a meno di notare che sono le televisioni di Berlusconi ad aver preparato il pubblico a quella logica, alla neotelevisione. Lui si inserisce bene in questo gioco. È per quello che tutti gli altri perdono in confronto a lui. Per questo termino il mio libro dicendo che «una risata ci sommergerà».






