Considerazioni intorno a «Hic sunt leones- scena indipendente romana» di Graziano Graziani
Già dal titolo siamo posti davanti all’idea della cartografia antica: Hic sunt leones, come venivano un tempo definiti i territori ignoti oltre i confini dell’impero. E Graziani, come dichiara nella prefazione, non intende rifarsi a questa modalità di conoscenza del mondo (la cartografia, appunto) solo in termini evocativi. La adotta come una sorta di modello a cui rifarsi, ma applicato a un contesto “contemporaneo” e a un mondo estremamente complesso e variegato: la scena teatrale indipendente dell’Urbe. Prendere in considerazione il proprio tempo, e le forme e modalità che l’arte in quel tempo assume, è un segno forte: è il tentativo di comprendere quello stesso mondo e di suggerirne – mostrandole – debolezze e potenzialità. Questo è dunque al contempo un documento che testimonia due parallele realtà, che forse prendono le mosse da esigenze simili; da un lato raccoglie le modalità e riflessioni di una comunità di artisti, dall’altro è, col suo stesso esistere, segno di una nuova “onda critica” (che con quegli stessi artisti condivide spazi, esigenze, marginalità). Graziani viene dal contesto del teatro indipendente, quel teatro che a Roma ha trovato spazio soprattutto all’interno dei centri sociali, deviandone o modificandone in parte la natura: innanzi tutto nell’educare (nel senso originario di “portare fuori” dai percorsi ordinari) un pubblico nuovo. Nuovo non solamente perché il teatro, con le sue esigenze più evidenti nell’atto della condivisione (banalmente: concentrazione e silenzio), pare lontano dal fruire tipico dei centri sociali; ma anche perché in grado di portare nel centro sociale anche chi – senza quel particolare evento – forse non si sarebbe avvicinato. Dunque l’entrare della scena nello scenario dei centri occupati ha in parte orientato e modificato quella stessa realtà, che ha rafforzato in sé l’idea di come l’arte in generale – e il teatro in particolare – possano essere modi e mezzi anche di una lotta politica. E qui veniamo all’”impero” di cui sopra, che il titolo stesso implicitamente richiama. Perché non ci sarebbe una scena indipendente se non ci fosse prima una scena “dipendente”, una grande e criticabile macchina di potere (potere produttivo, potere distributivo, potere mediatico) che governa la gran parte dei teatri, dei loro cartelloni e delle loro proposte artistiche. Quello che Graziani propone, attraverso le voci a cui dà spazio, è una riflessione anche e soprattutto intorno a questo impero; ma, diversamente dal troppo facile “no” ad oltranza, quello che colpisce è che lungo le oltre cinquanta interviste emerge un disagio che al contempo è un tentativo di soluzione. Questi artisti della loro marginalità hanno fatto tesoro, quasi virtù: una distanza dai meccanismi del sistema che da un lato li pone in costante emergenza, ma dall’altro fa sì che l’emergenza tenti delle soluzioni. Ed ecco nascere un circuito di spazi, ecco svilupparsi collaborazioni che garantiscono un confronto concreto, ecco prendere forma rassegne e progetti ben più ponderati e coerenti rispetto a un velleitario “riempire” una notte – per quanto virginale e dunque attraente possa essere. Come dice Graziani nei suoi intenti: “A differenza della mappatura, che si propone di misurare il territorio che rappresenta, la cartografia suggerisce percorsi possibili”. Leggendo il libro, l’impressione che se ne ha è che i percorsi alternativi siano tentati innanzi tutto da chi, giorno per giorno, decide di proseguire la propria ricerca – anche a costo di farne questione di resistenza personale. Dunque gli artisti qui riuniti non sono chiamati in causa o ordinati secondo categorie prettamente estetiche (che sarebbe anche difficile, dato il meticciato che dagli anni ’90 in poi specialmente caratterizza le arti), bensì seguendo linee spaziali. Quelle stesse che hanno spontaneamente deciso di riunirsi sotto la sigla ZTL (Zone Teatrali Libere) e che pare essere piccola provocazione verso le limitazioni non gratuita, viste le oggettive difficoltà di mantenere quelle Zone salde nei loro intenti e nella loro stessa esistenza. Non a caso Scarpellini, nella sua introduzione, chiama in causa gli Stalker: siamo davvero al punto in cui, per accompagnare il cammino verso un “oltre” diverso/lontano dal quotidiano sperpero e chiacchiericcio, si mette a rischio se stessi, il proprio stesso procedere. “Territori urlanti” li chiama Graziani rifacendosi a Schechner – e forse è davvero un bene che qualcuno dica la sua, in una terra che pare sempre più remissiva e rassegnata. Ulteriore spunto, e invito al ripensamento che potrebbe essere esteso ben al di là del solo mondo del teatro, è la riflessione di Franco Ruffini intorno al problema dei soldi. Hic sunt leones è dunque una descrizione dei e dai confini, che pure, nel suo essere programmaticamente parziale, sconfina ben oltre se stessa e suggerisce che una alternativa, in qualche modo, si può tentare.






