Qui in laguna, discorrendone tra uno spritz e l’altro con le gambe comodamente buttate sotto un tavolino d’osteria, la chiamiamo il principio di compensazione o anche la legge del “non ti può andare tutto bene nella vita”. Recita così: “Ti piace vivere a Venezia? E allora beccati la mostra del cinema, la regata storica, il carnevale, il ponte di Calatrava, la Biennale d’arte con tanto di coccodrilloni rosa lunghi 6 metri appesi fuori dalle finestre sul canal grande. E ogni mattina, quando ti alzerai per andare a lavorare col sudore sulla fronte, dovrai fare a spintonate per entrare in un vaporetto che galleggia per scommessa, strapieno di tedeschi e giapponesi. E se la Fiat potrà a suo comodo e col ringraziamento della Regione sventrare palazzo Grassi con un impianto di ascensori per farne una sede espositiva, tu, per mettere una controfinestra, dovrai attraversare un purgatorio di carte bollate”.
Il grande Emilio Vedova, quando lo si incontrava al Paradiso perduto o in qualche altra bettola, raccontava che questa città è piena di problemi “ed è bene discuterne a fondo. Altrimenti non sapremmo che altro fare la sera per tirare tardi”. E la mostra del cinema è un esempio perfetto dei problemi cui aspirava Vedova. Non ti fa incazzare (come succede se discutiamo del Mose), ci puoi spettegolare fin che vuoi, è divertente (leggetevi le interviste alla madrina Ambra Angiolini) e non scappa neppure il lato culturale. Anzi diciamo pure che dopo un paio di edizioni a dir poco letargiche, questa 64esima edizione sta dimostrando che l’encefalogramma cinematografico di quel che resta della civiltà occidentale non è ancora piatto. Piatto casomai è quello di tutti quei politici, puttanieri ed arrampicatori, – compresi vari assessori e consiglieri regionali–che si sono dannati l’anima per scroccare inviti in stile “lei non sa chi sono io” alle feste vip e alle inaugurazioni. “Ho assistito a certe sceneggiate che mi vergognavo io per loro”, mi ha raccontato un amico che lavora all’ufficio stampa della mostra. Salvo poi disertare le sale quando in cartellone c’erano film troppo impegnati. Leghisti e forzisti non sono strutturati per certe cose. “Questa storia è scandalosamente di parte. Ma sono solo i comunisti a fare i film?” ho sentito sussurrare due poltrone davanti alla mia durante una proiezione di “In the Valley of Elah”, duro film di denuncia sugli violenza delle guerra in Iraq di Paul Haggis. Purtroppo no, avrei dovuto rispondere. Altri cinque anni di Berlusconi e alla mostra del cinema ci toccava applaudire il Bagaglino.
Ed è proprio la guerra in Iraq, i suoi orrori e le sue menzogne, che ha alzato l’interesse sulla mostra per merito del già citato Haggis, ma grazie soprattutto al maestro Brian De Palma che nel suo “Redacted” ha raccontato con il linguaggio del documentario giornalistico la storia vera dello stupro di una ragazzina irachena e l’uccisione sua e della sua famiglia ad opera dei militari statunitensi. Il film, lo confesso, non l’ho ancora visto, ma ho avuto la fortuna di assistere alla conferenza stampa di Brian De Palma. “Se voi registi vi mettete a realizzare documentari giornalistici, a noialtri giornalisti potrebbe venire la tentazione di girare un film” lo ha punzecchiato il redattore di un giornale locale. “Ottima idea. Magari scoprite vi riesce meglio che fare i giornalisti”, ha risposto De Palma. Affondato il colpo, De Palma ha rigirato subito il coltello sulla piaga: “Parliamoci chiaro. Se siamo solo noi cineasti a prenderci la briga di denunciare certe situazioni vuol dire che i giornalisti non sanno, non vogliono o non possono fare il loro mestiere”. Silenzio in aula. Un altro giornalista ha cercato di cambiare discorso con una domanda sul protagonista del film, ma De Palma lo ha dribblato con eleganza e ha cominciato ad elencare, puntuale e preciso, tutti i meccanismi con i quali il Pentagono filtra, devia e costruisce tutte le informazioni provenienti dall’Iraq. “Quello che ci viene raccontato è tutto falsificato. Tutto” ha spiegato. E non solo negli Usa, se consideriamo che “gli inviati dei maggiori giornali del mondo che scrivono sulla guerra in Iraq lo fanno da Washington”. Quindici minuti di “lezione” di giornalismo ai giornalisti. Grande Brian! Li ha ammutoliti tutti. Quelli che ancora erano rimasti in sala, beninteso. Gli altri eran già corsi ad intervistare l’Ambra che di sicuro è meno piantarogne, non ti critica il mestiere e non ti complica la vita. O magari il vicepremier Francesco Rutelli che lo trovi sempre là, a gironzolare per i corridoi come fosse a casa sua. E se qualcuno gli chiede se si farà il nuovo palazzo del cinema al Lido risponde: “Certamente. Nel 2008 apriremo i cantieri. Il governo ha già stanziato 20 miliardi di euro. Come? Gli altro 57? Beh… basta soltanto trovare qualche privato…” Alla cerimonia di presentazione della Mostra, qualcuno gli ha suggerito di dirottare sul nuovo palazzo del cinema i finanziamenti per il Mose, ma il vicepremier non l’ha degnato di una risposta. E’ un argomento tabù questo delle dighe mobili per il vicepremier. Proprio come i motivi per cui l’ex ragazza di “Non è la rai” è stata scelta come madrina. Da dire che Rutelli, in questa 64esima mostra, si è fatto notare per il fatto di pretendere sempre 13 posti riservati per le proiezioni, anche se poi resta in albergo o entra in sala da solo. Vorrà stare comodo. Quanto meno non è superstizioso. Neanche noi lo siamo. Ma chissà perché qui a Venezia speriamo che il 13 gli porti sfiga lo stesso.






