La sagra del Cinema

Bilancio dell'anno primo delle veltroniadi. Quanto è costato il fiore all'cchiello della politica culturale della capitale? E' stato davvero un «evento di popolo»? Incursione nel backstage di «Cinema», simbolo dei grandi venti piovuti dall'alto

Conclusa la Festa del Cinema di Roma, è ora di sparecchiare la tavola così sontuosamente imbandita, stilando un bilancio critico, poi, ed economico, prima. Se il secondo è consuntivo, il primo è previsionale, ed è stato diffuso da Traiano Bertollini su La Stampa per poi rimbalzare su internet e su vari quotidiani, con qualche sintomatica eccezione. L’interrogativo categorico, e morale, è quello posto da Dagospia: «Quanto costa organizzare le Veltroniadi?». E numeri siano [previsionali, ovvero supposti, e passibili di ulteriore intervento pneumatico].
A fronte di un valore della produzione stimato in 7 milioni e ottocento mila euro, i costi della Festa sono levitati dagli iniziali 9.538.548,82 euro a oltre 13 milioni. Di questi, 490 mila euro per la comunicazione, tra incontri, tour promozionale e quant’altro, a cui vanno aggiunti 291 mila per la comunicazione on line [165 mila, più 126 mila per la redazione del sito]. Hostess, relazioni esterne, cerimoniale [non c’era…], ospitalità, sotto la voce-cappello «accoglienza» sono inclusi 450 mila euro. Pernottamenti e «facilities» per gli ospiti [967 «divi» in 31 hotel]: un milione di euro. L’adeguamento delle sale dell’Auditorium – fulcro della manifestazione, ma progettate per la musica e non per il cinema – è costato 410.506 euro, a cui se ne aggiungono 770 mila di addobbi per sale ed esterni.
E ancora: mercato, 160 mila euro; viaggi, 370 mila euro; serate d’onore [e onere], 360 mila; consulenti e antenne internazionali [il significato di questa voce è presumibilmente disperso nell’etere…], 250 mila euro; consulenze fiscali, 37 mila e 500 euro; «security» [oltre a quella normalmente presente all’Auditorium], 94 mila 180 euro; compenso ai responsabili [cinque] delle sezioni del festival: 523.750 euro. Manca qualcosa? Sì, gli imprevisti, valutati in 400 mila euro.

Lo spettacolo, si sa, non ama il pauperismo, i festival cinematografici costano, e parecchio, nondimeno sono cifre che fanno riflettere, oltre ogni tentazione moralistica. Basti pensare che la Mostra del cinema di Venezia «se la cava» con due, tre milioni di euro in meno. Se Goffredo Bettini, presidente della Fondazione Musica per Roma, ha dichiarato che il 70 per cento dei costi della manifestazione è coperto da sponsor privati – il «main sponsor» Bnl più gli «official sponsor» Tre, Costa Crociere, Lottomatica e Mini, ai quali se ne aggiungono 117 minori – nondimeno la Fondazione ha chiesto e ottenuto un milione di euro dalla Provincia di Roma, da cui è già sostenuta annualmente – per un triennio – con 850 mila euro. Comune di Roma e Regione Lazio contribuiscono ciascuno con un milione di euro [ma la Regione, pare, uno e mezzo], a cui si deve aggiungere l’elargizione della Camera di commercio di Roma.
La Festa ha poi dato altri numeri: 480 mila visitatori in 8 giorni dell’Auditorium, del Digital Party, del villaggio e delle mostre su Visconti, Rossellini e Bertolucci; 16 mila i bambini di 78 scuole del Lazio che hanno seguito proiezioni a Roma; 102 mila biglietti emessi; 1700 giornalisti e 200 fotografi accreditati; 130 film proiettati al mercato, la Business Street Via Veneto, con «La sconosciuta» di Giuseppe Tornatore venduto in 7 paesi.
E i ricavi? Oltre al prezzo degli accrediti [5000 a 30 euro cadauno], le entrate derivano dai 56 mila biglietti venduti, i 52 mila pasti serviti al villaggio dell’Auditorium, i 10 mila gadget e i gazebo affittati al villaggio [molti rimasti vuoti per il costo esorbitante: 800 euro al giorno]. Inoltre, la capitale tutta ha beneficiato del fatturato di hotel, ristoranti e negozi aumentato – secondo Giuseppe Roscioli, presidente di Federalberghi di Roma – del 10 per cento in una settimana. Ma c’è una cifra – Veltroni dixit – che non si può calcolare, «la ricaduta di immagine sulla città». Secondo il sindaco, «Roma ha vissuto la Festa con orgoglio, anche se, non lo nascondo, ci sono stati giorni duri [l’incidente della metro, ndr.]. Ma bisogna avere coraggio, una città colta è una città in cui si vive meglio, ed è più ricca. Non bisogna avere paura del cinema, non è un animale in via di estinzione, e questa Festa lo ha dimostrato». Sulla stessa lunghezza d’onda, Goffredo Bettini, senatore Ds e presidente della manifestazione: «Siamo molto soddisfatti perché abbiamo raggiunto gli obiettivi: grande partecipazione del pubblico; buon mix tra cinema popolare e cinema d’autore; ricchezza alla città e impiego a tante persone».

A rettificare le dimensioni del primo risultato acquisito ci ha pensato il regista Ettore Scola durante lezionati, Scola ha affondato il colpo: «Il romano viene qui perché si sente a casa sua. Anzi, la gente neanche viene, perché i film li sente suoi. Quindi le sale a volte restano vuote, sia detto senza ironia». Richiamato all’ordine da Bettini tramite bisbiglio sul palco della sala Santa Cecilia, Scola non ha smobilitato: «Prima ho detto che le sale erano vuote, non vorrei creare equivoci. So che si è dovuta aprire una sala extra [il Pala Roma Uno, ndr.] per contenere il pubblico. Magari poi non sono entrati. Il pubblico romano è fatto così… Ho una certa età, posso avere anche delle allucinazioni, ma vi assicuro che le sedie vuote le ho viste».
Veniamo al secondo obiettivo centrato secondo Bettini: il mix di cinema popolare e cinema d’autore. Luogo d’elezione del primo è stata la sezione «Première», che ha ospitato i film che a Hollywood si definiscono «star-vehicle», produzioni costruite attorno al divo di turno: Nicole Kidman [«Fur»], Viggo Mortensen [«Alatriste»], Monica Bellucci [«The Stone Council» e «N – Io e Napoleone»], Richard Gere [«L’imbroglio»], a cui si devono aggiungere Sean Connery [premiato con l’Acting Award], Harrison Ford [venuto a premiare], Martin Scorsese e Leonardo Di Caprio [«The Departed», l’unica vera ragione per festeggiare] e Robert De Niro [il suo TriBeCa è gemellato con la Festa]. A loro il compito di mandare in visibilio le folle assiepate lungo il «red carpet» [il tappeto rosso, termine in disuso…], secondo una concezione del «popolare» declinata a panem et circenses. Se gli incontri con i divi all’Auditorium sono andati quantitativamente bene, riscontri meno positivi ha avuto il Di Caprio precettato per il teatro di Tor Bella Monaca – feudo del direttore Michele Placido in versione nepotista: l’intervistatrice dell’attore americano è stata la figlia Violante – dove, oltre al ritardo, ha omaggiato il pubblico di rara neghittosità.
Minimo comune denominatore di questa Hollywood sul Tevere è stato il titolo di un film: prendi i soldi e scappa. Sul lato autoriale, la situazione è risultata ancor più compromessa. Il concorso ha palesato evidenti debolezze qualitative, ponendosi sulla peggior scia veneziana [Mostra di]. Il film premiato [con 200 mila euro] «Playing the Victim», del russo Kirill Serebrennikov – esulando dal giudizio di valore – è molto presumibilmente frutto di una spartizione con la Mostra, come pure l’attribuzione di un riconoscimento non previsto [il Premio speciale della giuria all’interessante «This Is England» di Shane Meadows] va ascritta alla più nefasta tradizione lagunare. Concorso, per giunta, disertato dal pubblico e dalla critica, per costanti sovrapposizioni con altri titoli «di maggior richiamo» [vedi sopra].
Forse circoscritte al solo ambito critico, le osservazioni sulla eterogeneità interna alle varie sezioni, riempite con un occhio al countdown e l’altro al portafogli. Più socio-politiche quelle sul lutto osservato per l’incidente della metro, con passerelle e «photocall» annullati e festa finale soppressa [«rimpiazzata» da quella della Fandango per «Fascisti su Marte» alla Limonaia di Villa Torlonia, di proprietà comunale]: atti dovuti alle ragioni della Festa che la ragione non conosce. La Festa di «Veltronia, in cui più che un sindaco c’è un principe rinascimentale», [ancora La Stampa con Giancarlo Dotto]. Veltroniadi anno primo, dunque, ma per la replica non dovremo aspettare quattro anni.

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