Provenzano for president

Il documentarista Salvatore Fronio sta confezionando un documentario sulla mafia che parte da una provocazione: se i boss si candidassero, la gente li voterebbe?

Salvatore Fronio è un filmaker di trentadue anni che da qualche mese lavora a una curiosa operazione multimediale intorno a Bernardo Provenzano. L’iniziativa è nata prima che il boss della mafia venisse finalmente arrestato e in origine aveva come obiettivo solo la realizzazione di un cortometraggio, in cui si desse conto di riprese effettuate in una immaginaria campagna elettorale. Sì, perché la provocazione sta qui: Provenzano quale leader politico di un finto partito, la Grande Famiglia Italiana, fondato per rinnovare la politica nazionale.
Come spesso accade, le provocazioni riescono solo se portate fino in fondo. La troupe ha organizzato dei falsi comizi in varie città italiane, creato un sito internet per autopromuoversi (www.votaprovenzano.org) e poi, quando Provenzano è stato arrestato, invece di fermarsi, ha deciso di rilanciare, istituendo le primarie per scegliere chi dovesse succedere al boss nella guida del partito.
Ciò ha provocato lo scarto che serviva; ne è venuto fuori un “piccolo caso mediatico”.
Difficile definire l’operazione di Fronio. Documentario? Docu-fiction? Mockumentary? Ne abbiamo parlato con l’autore, che si appresta a lavorare al montaggio per realizzarne un lungometraggio.

Come è venuta l’idea?

L’idea è nata da un articolo che lessi un paio di anni fa su Diario. Era una sorta di intervista ai due pm che avevano curato l’istruttoria per il processo Dell’Utri, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo. In questa sede Diario evidenziava quella che alla fine era una parte minima dell’istruttoria, pur essendo molto significativa. Al contrario di quello che si era sempre pensato, e cioè che Berlusconi avesse cercato l’aiuto della mafia per supportare Forza Italia, si ipotizzava che fosse stata proprio la mafia e quindi Provenzano, anticipando i tempi, all’inizio degli anni Novanta, ad agganciarsi a Berlusconi, prevedendone e stimolandone poi l’exploit politico. L’ipotesi mi sembrava stimolante. Da lì venne l’immagine di Provenzano grande statista.

Da dove avete iniziato?

Abbiamo cominciato da Palermo, girando con l’auto e la scritta «Vota Provenzano», però ci hanno subito bloccati, dopo appena cinquecento metri. Siamo stati fermati da cittadini indignati. Due settimane Provenzano è stato arrestato.

Paradossalmente l’arresto rischiava di bloccare tutto

È così. È stato grazie alla produttrice, Elena Bernardi, se siamo andati avanti. Io non avevo il coraggio di investire tutti questi soldi, però lei ha pressato, il momento era frizzante… allora ho detto vabbé, proviamoci e vediamo che succede. Siamo andati in altre città e, oltre a captare le reazioni delle persone, siamo riusciti a centrare il nostro discorso: abbiamo provato a scendere in profondità nella percezione che gli italiani hanno della mafia, osservando le reazioni alla nostra provocazione.
Per esempio, abbiamo appena concluso delle interviste a delle agenzie di moda che usano il nome della mafia, verrebbe da dire il «brand mafia», per lanciare alcune linee di abbigliamento. Da poco è scoppiato il caso delle magliette in vendita a Palermo, comprate dai turisti… Poi dovrei parlare con Roberto Saviano, che ha scritto il libro «Gomorra – Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra» e per un intero capitolo parla di camorra e immagine: lì si evince chiaramente che non è la finzione ad attingere dalla realtà, ma esattamente il contrario. Faccio un esempio: Cosimo Di Lauro che, prima di essere arrestato e quindi prima di finire davanti alle telecamere, si è truccato e sistemato avendo in mente come modello Brandon Lee. I camorristi si rifanno a vari miti dell’immaginario…

…ed entrano anche loro a far parte della società dello spettacolo. Diventano dei divi. Però, al contrario, Provenzano sembra l’opposto. Negli anni Settanta se ne parlava come di un killer spietato, poi con la latitanza è stato descritto come il Ragioniere, o il Doroteo.

Non so se davvero lui abbia smesso di essere violento ed efferato nel corso degli anni e non so quanto volontariamente lui abbia cambiato la sua immagine. La mia impressione è che tutti noi abbiamo subìto queste elucubrazioni mediatiche. In fin dei conti è stato comodo farcelo vedere così e farlo passare come il grande Padrino. Lo stesso Falcone diceva che vedere la mafia come una sola cupola con un solo capo, è sbagliato. Nel senso che anche lì ci sono tante famiglie con tanti capi che al massimo agiscono di concerto. Ma anche questa visione secondo me è incompleta.

Tu che immagine cerchi di sviluppare di Provenzano?

Io non cerco di svilupparne un’immagine, io cerco di sviluppare un discorso intorno a questa cosa che chiamiamo mafia. Perché non ho una tesi, non ho neppure una certezza, ho solo delle impressioni che cerco di approfondire. Qual è ad esempio la percezione dei miei connazionali di città in città? Perché un conto è girare per Palermo e un conto è Torino dove invece le reazioni sono state molto blande, anzi l’hanno presa come uno scherzo. Credo che il fatto stesso che il sito sia stato ipervisitato quando abbiamo istituito le primarie, confermi l’impressione di un interesse esclusivamente ludico verso la mafia. Eppure il suo peso sulla vita della gente è tremendo. Anche su quella che vede la mafia al pari di un reality show.

Anna La Rosa ha fatto una diretta dal nascondiglio di Provenzano.

Una cosa che mi ha fatto accapponare la pelle. Ad esempio, prendeva dei fogliettini arrotolati e diceva questi sono i pizzini di Provenzano, tutta concentrata sullo scoop. Un feticismo rivoltante. C’è uno scarto spaventoso, un dislivello fra il peso reale che la mafia o, più in generale, la malavita organizzata ha e quello che se ne sa e se ne dice in giro. Il potere della mafia passa del tutto inosservato, si tratta di decisioni politiche, economico-finanziarie e quindi inevitabilmente sociali. Invece, tutto l’interesse si concentra su un piano esteriore, come lo scotch di Provenzano che ci ha mostrato Anna La Rosa.
Bisognerrebbe domandarsi com’è possibile che il covo di Riina non sia stato perquisito per tutti i sessanta giorni successivi all’arresto e che invece da quello di Provenzano abbiano addirittura fatto una diretta?

Come è cambiata la percezione della mafia in Italia?

Dagli anni Ottanta fino alle ultime stragi, al ’93-’94, c’è stato interesse in moltissimi ambienti, dalla politica alla cultura, alle università. In Sicilia si studiava non solo la legalità nelle scuole, ma si facevano anche seminari sull’educazione antimafiosa per docenti di scuole medie e superiori. Da un certo punto in poi, però, è tutto sparito. Faccio ricerche tutti i giorni per trovare studi accademici successivi ai primi anni Novanta e non riesco a trovare nulla! Sembra che tutti, dopo le bombe e gli ammazzamenti, si siano detti che la mafia era finita. C’è stata una rimozione clamorosa.
Oltretutto, i movimenti antimafia si sono cristallizzati su posizioni faziose e partitiche ed è sceso l’interesse dell’opinione pubblica. La riconferma di Cuffaro alla presidenza della Regione nonostante la sensibilizzazione tentata da Libera, dal Comitato Addiopizzo, ecc. è il segno di una sconfitta pesante. Non si è riusciti ad influire sulla coscienza delle persone. Il centrosinistra ha puntato la sua battaglia sulla legalità ed ha perso. È scoraggiante, ma non spetta solo ad una parte politica muoversi in un certo modo. È la società tutta che deve farlo. Non tutto l’elettorato che ha votato Cuffaro o Forza Italia è per forza mafioso.

È possibile trovare un legame tra il fenomeno-mafia e l’uso privato dello Stato tipico del berlusconismo.

Sì, è la tesi del mio lavoro. Ma cercherò di portarla avanti con molta cautela. Non voglio mettere alla gogna il centrodestra italiano. Non ho chiesto l’aiuto a nessun partito politico e proprio per questo ho avuto così tanti problemi a girare, sia a Palermo sia a Napoli. A Napoli è stato l’esponente di una lista civica di centrodestra a fermarci e ci ha pure denunciato, prendendo una toppa clamorosa perché pensava che fossimo d’accordo con la Iervolino.

Qual è stato allora il ruolo del centrodestra?

Il centrodestra ha avallato uno stato degenerativo in atto. Ma il centrosinistra ha fatto lo stesso più occasioni. Perché, durante gli anni di governo, non c’è stato un disegno di legge che desse un segno forte in tutto il Sud, non solo in Sicilia? Le cose vanno male anche altrove. Parliamo della Campania, dove la Iervolino ha fatto delle denunce relative alla compravendita di voti molto in ritardo rispetto a quanto avrebbe potuto e dovuto fare. È questo basso livello di controllo che mi mette a disagio.

Poi c’è stato l’omicidio Fortugno e la preoccupante gestione che la Margherita sta facendo del caso. E non si riesce bene a capire cosa stia succedendo.

È questo il problema. Ed è proprio questo il messaggio del mio documentario. Attenzione a restare fermi all’immagine, a farsi abbindolare dalla figura di Provenzano, chiunque sia. E bisogna farla finita con questa farsa, con la retorica che si costruisce a fini elettorali o partitici e poi sparisce di colpo dopo le elezioni. Cuffaro ha sparso cartelloni con il simbolo della Regione Siciliana e con scritto “La mafia fa schifo” ed è stata un’altra baracconata.

Che altre reazioni avete raccolto in giro per l’Italia?

Sempre a Napoli, abbiamo fatto un giro a Poggioreale, il quartiere del carcere. È un quartiere molto popolare e ci sono state delle reazioni incredibili, una festa. La gente era contenta, ci fermava per chiederci i volantini. Ci supportava. “Bravi”, “Grande”. Abbiamo intervistato gente che esprimeva un apprezzamento vivissimo per Provenzano. Tutte cose che inseriremo nel film.

Non hanno capito l’ironia?

Sì, ma l’hanno presa come una testimonianza a favore di Provenzano. Pensano che uno come lui non debba essere criminalizzato! Qualcuno ha detto che darebbe dieci anni della sua vita per farlo uscire! E inserirò l’episodio come è accaduto, senza alcuna connotazione morale, perché spero che dia da pensare. Se c’è una parte della popolazione italiana che preferisce un boss mafioso a qualsiasi altro candidato politico, qualcosa che non va c’è.

Il documentario segue il percorso della finta campagna elettorale?

Sì, e poi parallelamente alle nostre operazioni vorremmo fare anche un quadro storico della nostra contemporaneità. Quindi l’arresto di Provenzano, Calciopoli, l’arresto dei Savoia, l’arresto di Fitto in Puglia. Vorrei inserire tutto questo perché sono episodi a catena, che viene da pensare come mai tutti insieme, come mai tutti ora…

Che interpretazione dai all’arresto di Provenzano il giorno dopo le elezioni?

Voglio convincermi che si sia trattato di una coincidenza. Ma non credo. Di chi è stata l’iniziativa? Né del nuovo governo né del vecchio, per una questione di tempi. Era un messaggio per qualcuno? Fassino ha annunciato che il senato era dell’Unione e otto minuti dopo è arrivata la notizia dell’arresto. Non saprei come commentare questa cosa.
Però, tutto questo scatenarsi della magistratura mi fa pensare a Sciascia, al suo libro «A futura memoria», quando innescò la polemica con i professionisti dell’antimafia, persone che si accaparravano gli arresti, che volevano debellare la mafia attraverso la militarizzazione della Sicilia, che avevano l’ossessione delle manette. Mi sembra che il fenomeno sia tornato in voga, in forma allargata.

Non è il segno della ritrovata autonomia della magistratura?

Ottimisticamente la potrei pensare anch’io così, però nel caso Savoia mi è sembrato che ci si volesse togliere uno sfizio… C’era davvero bisogno dell’arresto? Mi pare che ci sia spesso una voglia di rivalsa nella magistratura. Un’attitudine punitiva, anziché di osservanza della legge. E, chiaramente, non è questo il compito della giustizia. Significherebbe agire per vendetta, cioè essere dentro fino al collo nella cultura mafiosa, in quel sistema. Sciascia queste cose le aveva notate e ne aveva parlato proprio mentre cominciavano a manifestarsi.
Ad ogni modo, la mia non è un’indagine giudiziaria. Sto facendo un lavoro che è più alla sociologia e all’antropologia.

Tags assegnati a questo articolo: sicilia, mafia, documentario, cinema

Mail_long
20 ottobre 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antimafia api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues Basilicata beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania cemento censura cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia Europa expo fame fantascienza festival finanza finanza critica finanza etica finanziaria fiom forum forum sociale Forum sociale mondiale 2008 Francia fumetto G8